Voto

3

Regia pessima, un cast di incapaci, contenuti banali e privi di alcuno spessore. Zeta non parla del difficile passaggio che intercorre tra “la strada” e il successo: il film di Cosimo Alemà non racconta proprio nulla, e si limita a inscenare il capriccio di tre noiosi ragazzini alla ricerca di qualcosa di cui non si capisce l’entità.

Tralasciando l’inespressività dei volti (da pesce lesso) dei tre protagonisti, Zeta è in bilico tra le frasi ridicole – con la pretesa di apparire poetiche e rivelatrici – del protagonista Alex (Zeta), un aspirante rapper specializzato nell’uso di autotune, una sceneggiatura raffazzonata e un montaggio in cui le sequenze non rispettano alcun criterio spazio-temporale, dando alla pellicola un aspetto inverosimile.

Il percorso del lagnoso adolescente Alex insieme ai suoi amici Marco e Gaia – un inetto sconfitto dalla vita e una giovane donna affetta da depressione cronica – viene affiancato da ulteriori lacune a livello di sceneggiatura: il film non accenna minimamente alle fatiche e ai sacrifici richiesti dalla vita a un pescivendolo come Alex, rendendo ingiustificabile il desiderio di riscatto tanto agognato dal giovane. La passione per la musica, inoltre, perno su cui dovrebbe ruotare la pellicola, è completamente assente: Alex fa il rapper, ma non ascolta musica, non “sputa sangue” in studio, non fatica per comporre i versi e non ha incontrato i reali ostacoli che si interpongono tra un musicista e il successo.

Zeta si fa anche veicolo di un messaggio del tutto fuori luogo: se secondo Alemà il pop danneggia il rap, perché come modelli underground da seguire indica proprio i rapper-pop star di tendenza (Fedez e J-Ax, tanto per cominciare)?

Federica Romanò