Voto

8

Stranger è un disco magnetico e oscuro. Il ventunenne svedese Jonatan Leandoer Håstad, in arte Yung Lean, porta sulla scena musicale un’estetica ancora una volta fuori dagli schemi, trasversale ai generi e coraggiosa, specchio del senso di non-appartenenza e dell’alienazione di una generazione.

Il cloud rap di Lean si fa ancora più vertiginoso rispetto al passato. La totale assenza di beat aggressivi e invadenti è proprio quello che, paradossalmente, conferisce al disco una carica emozionale tanto forte da risultare quasi violenta. Il sound, dominato da melodie ipnotiche, rifinite e minimali, a tratti si tinge di colori più morbidi rispetto ad alcune delle produzioni precedenti: vengono abbandonate le scintille più energiche che comparivano nello strepitoso Unknown Memory (2014) o in Warlord (2016) e azzerati i sintetizzatori freddi che attraversavano Frost God (2016).

Sempre scostato dalla scrittura del rap classico, Lean attinge a piene mani dal proprio microcosmo personale e proietta emozioni grezze, allo stato puro, creando un’atmosfera che coinvolge in un torpore piacevole, in un’empatia curativa. Toccando argomenti e situazioni intime, l’intensità malinconica di Lean ritorna soprattutto nei momenti più alti di Stranger (Agony, Iceman, Hunting My Own Skin, Red Bottom Sky), dopo che un brano come Hennesy and Sailor Moon (Frost God) l’aveva fatta emergere in una forma tra le più emotivamente coinvolgenti della sua produzione.

Ma è Agony, in particolare, che con l’uso di elementi totalmente inaspettati come un pianoforte limpidissimo, un coro delicato di bambini e un testo dalla genuinità disarmante, riassume una maturità nuova dell’artista e sottolinea il successo del progetto.

Valeria Bruzzi 

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