Voto

6.5

Questi giovani shoegazer non avrebbero potuto scegliere un titolo migliore: Spleen racconta proprio l’angoscia sedimentata in un corpo oppresso dalla malinconia, dal “male di vivere” che colora di sofferenza vermiglia il mondo circostante.

Le campane che aprono la breve intro Green Lake annunciano l’inizio del tedio pomeridiano e un riff di chitarra viene avvolto da atmosfere dreamy mentre un sentimento angoscioso si insinua nel brano per mezzo di un costante rumorismo. Anche la seconda traccia, Waikiki 513, promette bene: qualche nota di chitarra guida l’ascoltatore verso un caos lisergico dal cui fondo proviene la dolce melodia della voce.

Nonostante l’indubbia capacità del gruppo di inserire sonorità catchy in un vorticoso frastuono – assimilando la lezione di Jesus and Mary Chain, Spiritualized e Slowdive –, i brani di Spleen risultano un tantino grezzi e strutturalmente ancora troppo simili tra loro. Una maggiore varietà, condita con un pizzico di azzardo, è l’ingrediente mancante di questo gradevole lavoro.

Federica Romanò