Wearing Jewels&Socks è un flashback sonoro che riporta alle spigolosità synthpop dei Pet Shop Boys e alle atmosfere darkeggianti dei Depeche Mode: pur stringendo un legame misterioso ma chiaramente percepibile con il presente, i Sem&Stènn compiono un percorso a ritroso verso i meravigliosi anni ’80. All’interno di un prodotto artistico in cui ambiguità e vaghezza vengono superate in favore di un’attitudine coerente e sincera, non stupisce la scelta del duo di “esibire” con estrema trasparenza e nonchalance la propria sessualità. Se l’estetica – sia visiva che sonora – di Wearing Jewels&Socks ha sedotto i nostri occhi e le nostre orecchie, l’atteggiamento cristallino e sincero dei Sem&Stènn ha stimolato nel profondo la nostra curiosità. Ecco le ragioni di questa interessante chiacchierata insieme a loro.

Nella vostra musica è percettibile soltanto una sfumatura di attualità, ma non è ben chiaro da che cosa derivi. Come tentate di agganciarvi al presente per fare capire che vivete nel 2016?
È difficile definire cosa sia attuale e cosa no. Certamente nel mondo del pop – che è un calderone pieno di cose molto diverse tra loro – si possono percepire influenze che durano per certi periodi e che poi scompaiono. È anche vero, però, che non esistono regole fisse: si può voler essere i nuovi Pet Shop Boys anche in un mondo come quello di Major Lazer. Non crediamo che il nostro album suoni datato o nostalgico, ma, piuttosto, che celebri la nostra identità, e come tale ha qualche rimando agli anni ‘80, come anche alla scena dance dei primi anni ‘90 e a quella elettronica del nuovo millennio.

L’estetica visiva è ciò che maggiormente vi colloca nella nostra epoca, e per quanto riguarda la vostra sessualità potete essere molto più trasparenti di quanto non lo fossero i vostri artisti di riferimento negli anni ‘80. Credete che abbia ancora un senso oggigiorno giocare con l’ambiguità o, al contrario, essere sinceri è più consono al momento storico in cui viviamo?
L’essere una coppia anche nel fare musica chiarisce ogni ambiguità e aiuta la comunità LGBT, la rafforza e le dà dignità. Il rapporto che intercorre tra noi è sempre stato il nostro focus e non volevamo che rimanesse tra le righe. Gli artisti non dovrebbero mai porsi dei limiti, e se qualcuno si identifica in una qualche forma di ambiguità, ben venga, anche questo può aiutare, secondo il nostro punto di vista. Al contrario, a essere intollerabile è l’omissione, l’idea di nascondere la propria sessualità; una cosa che tra l’altro succede molto spesso in Italia. A volte non si capisce bene il motivo per cui questo avvenga, dipenderà da qualche logica di marketing più grande di noi, probabilmente. È un modo vecchio di pensarla, che sottovaluta il pubblico.

La scelta di utilizzare l’inglese e la vostra estetica, sia visiva che sonora, impediscono all’ascoltatore di inquadrare la vostra provenienza. Quanto avete lavorato per “internazionalizzarvi”?
Il tutto si è sviluppato in maniera abbastanza naturale: abbiamo iniziato come dj, selezionando musica altrui. Questo ci ha permesso di definire i nostri riferimenti musicali e di assumere un’identità; è venuto di conseguenza, c’è ben poco di studiato a tavolino. Facciamo semplicemente quello che più ci piace, come per esempio collaborare con brand emergenti, troviamo che abbiano delle idee coraggiose. Troviamo interessante anche l’idea di essere un po’ evanescenti, in modo da poter raggiungere un pubblico più ampio. La musica pop ha il pregio di poter essere universale. E poi, detto tra noi, desideriamo conquistare il mondo.

Negli anni ‘80 si sono diffusi degli stilemi che sono diventati, poi, una sorta di patrimonio condiviso per gli ascoltatori omosessuali. C’è una consapevolezza nel vostro modo di condensare tutto questo nelle vostre canzoni?
La comunità LGBT ha una sua storia, una sua cultura incredibilmente affascinante e soprattutto universale, che investe Oriente e Occidente. Gli stilemi nati dagli anni ‘80 sono tra i più forti, pensiamo ad esempio a Pete Burns, Boy George, Klaus Nomi e a tutti quelli che sono nati nel corso del tempo. Le etichette, però, ci stanno sempre un po’ strette: amiamo prendere ispirazione da qualunque cosa parli un po’ di noi.

Nei vostri brani si incontrano una dimensione più dance e una più oscura, quasi dark wave. Vi vengono in mente due album che potete indicare come riferimento per queste due dimensioni?
È difficile scegliere due album. Il nostro è un disco nato di getto, con tante ispirazioni, alcune persino impercettibili. Se pensassimo di dividerlo in queste due dimensioni diremmo Love Is Free (2015) di Robyn & La Bagatelle Magique per la parte dance e Oracular Spectacular (2007) degli MGMT per quella più oscura.

Andrea Lohengrin Meroni e Federica Romanò