Il 29 ottobre si è concluso il focus che la cineteca di Milano ha dedicato a Yorgos Lanthimos, firma autoriale ormai di punta nel panorama internazionale. Quattro le pellicole del regista greco proiettate, due delle quali mai distribuite in Italia alla loro uscita, per delineare il percorso artistico di una personalità non semplice da definire, che ha fatto conoscere al mondo una corrente di nicchia come quella della Greek Weird Wave, per poi aprirsi le porte del cinema americano e delle grandi produzioni.

Un cinema criptico quello di Lanthimos, metaforico fino al parossismo, con un’estetica divenuta iconica, che nonostante gli evidenti stravolgimenti a livello di budget, distribuzione e pubblico di riferimento ha sempre mantenuto una coerenza di fondo nelle tematiche e negli espedienti narrativi. Kynodontas (Dogtooth) – premio Un Certain Regard a Cannes nel 2009 –, il secondo lungometraggio del regista e a detta dei puristi il suo capolavoro, è la pellicola che incarna con maggiore ferocia la critica costante che Lanthimos muove alle modalità repressive dei poteri forti, spesso maschili, incentrandola su un nucleo familiare dominato da una figura paterna che esercita un ipercontrollo segregante e claustrofobico nei confronti dei propri figli, fino a esercitare su di loro una manipolazione linguistica per soggiogarli e renderli innocui, provocando malsane e disturbanti dinamiche di inevitabile indagine del sé. Il film successivo, prodotto low budget e distribuito solo nel 2016, è Alps (2011), dove compare per la prima volta nel ruolo di protagonista Ariane Labed, la splendida compagna del regista, piccola ninfa all’interno delle dinamiche abusive di una compagnia di attori.

E poi il film che ha proiettato Lanthimos e la sua poetica nel panorama cinematografico mondiale: The Lobster (2015). Pluripremiato ai maggiori festival cinematografici mondiali, è la prima prova del regista in lingua inglese e che può contare su un budget consistente e su un cast con nomi come quelli di Colin Farrell e Rachel Weisz. Dipingendo un futuro prossimo distopico e surreale dove lo Stato disincentiva lo statuto di single e mette in atto una vera e propria persecuzione nei confronti di chi non è impegnato in una relazione, la fotografia si fa più pulita rispetto ai lavori precedenti e l’intreccio narrativo mette da parte la sperimentazione per uno sviluppo più lineare, che pur mantiene un linguaggio metaforico efficace e approda a un nuovo livello di maturità.

Un equilibro che vacilla ne Il sacrificio del cervo sacro. Come suggerisce il titolo liberamente ispirato all’Ifigenia in Aulide di Euripide, l’elemento di surrealismo e di metafora, pur rappresentato con una maestria ancora maggiore, sovverte l’efficacia della narrazione, sempre più lineare, e riveste con una patina grottesca la dinamica familiare rappresentata, senza tuttavia minare il livello di inquietudine del film, sul filo fra il thriller e l’horror. Quello di Yorgos Lanthimos è un cinema autoriale destinato a un pubblico sempre più vasto e aperto a ulteriori evoluzioni. Rimane una dolce attesa per La Favorita, il suo ultimo lavoro che abbiamo visto vincere il Leone d’Argento a Venezia 75: una produzione esclusivamente americana e in costume, con una trama dalla forte connotazione storica che potrebbe far pensare a una presa di distanza dallo stile a cui il giovane greco ci ha abituati, ma è solo un’impressione. Ne riparleremo a gennaio 2019, quando finalmente arriverà in sala.

Carlotta Magistris

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