Amare bene, amare tutti. Con queste parole si potrebbe sintetizzare la XXXI edizione del MIX, il festival di cinema queer svoltosi a Milano dal 15 al 18 giugno scorsi. Il sentimento “che move il sole e l’altre stelle” è il primo motore dell’evento,che al grido “More More Love” ha gioiosamente occupato gli spazi del Piccolo Teatro Strehler per quattro giorni.

Lo stesso sentimento è stato condiviso dal pubblico, accorso numerosissimo all’evento non solo per godersi birre fresche, buona musica e il clima di festa che si respira sulla scalinata d’ingresso, ma anche per assistere alle proiezioni riempiendo le sale. L’offerta cinematografica proposta dal festival si è fatta espressione di Paesi e sensibilità distanti, nonché di diversi linguaggi filmici, dalla finzione al documentario, dal corto all’esperienza sensoriale della sezione Fragrances in Motion, una serie di curiose proiezioni sperimentali che uniscono il senso della vista e dell’udito a quello dell’olfatto in un’esperienza multisensoriale. Il fil rouge è l’amore, desiderato, frainteso, comprato, rincorso; l’amore in tutte le sue sfaccettature.

L’amore è infatti ciò che spinge i personaggi di Diario Blu(e) (Titta Cosetta Raccagni, Italia 2016) e di El Sabor de un Invierno (Cecilia Valenzuela Gioia, Argentina 2016) a crescere. Il primo è un curioso caso di installazione artistica trasformata in corto, che introduce lo spettatore nel diario di una liceale dei primi anni ‘90: sulle note di Nirvana, Bowie e Pink Floyd si alternano disegni e pensieri che hanno la crudezza della confessione. Il secondo, autobiografia della giovanissima regista argentina (qui anche attrice protagonista), racconta l’amicizia tra adolescenti con uno stile promettente sebbene ancora immaturo.

L’amore è anche il centro propulsore di Center of My World (Jakob M. Erwa, Germania 2016), in cui l’estate incantata di un ragazzo si sviluppa lungo un intreccio di affetti che lo legano alla famiglia, agli amici e a un nuovo amore. Il regista prende le mosse dal miglior cinema indipendente, “da Sundance”, per costruire un racconto colorato, delicato e divertente, nonostante un’alta densità narrativa.

Di amore e adolescenza parla anche 1:54 (Yan England, Canada 2016): l’amore è quello inconfessato di un liceale continuamente in fuga da chi lo tormenta a scuola, almeno finché non deciderà di sfidare il proprio aguzzino sul suo stesso terreno. A proposito di toni cupi anche Brothers of the Night (Patric Chiha, Austria 2016), un documentario che fotografa giovani bulgari emigrati a Vienna. Nel deserto notturno della capitale austriaca, questi ragazzi che non parlano una parola di tedesco si prostituiscono per racimolare il denaro necessario a tornare in Bulgaria e aiutare le loro famiglie. Lo sguardo analitico del regista è capace di immergere gli spettatori in questa comunità, raccontando riti e valori di quella che si configura come un’autentica fratellanza di derelitti, stretti l’uno all’altro in una città straniera nella speranza di poter migliorare la loro condizione di vita.

L’edizione di quest’anno ha visto inoltre la premiazione di una delle Queen del festival, Serra Yilmaz, vincitrice del premio come Queen of Comedy e protagonista indiscussa dell’international kingdom of comedy. La vulcanica attrice di origine turca ha conquistato il pubblico con la sua schiettezza e simpatia (proponendo ironicamente alla giuria di assegnarle il premio come Queen of Drama il prossimo anno), per poi spendere parole infuocate sulla situazione politica del suo e del nostro Paese, senza dimenticare le terribili vicende della Cecenia, attualmente impegnata in un tentativo di epurazione dell’omosessualità nell’indifferenza generale della comunità internazionale.

Francesco Cirica