Svoltasi interamente online dal 26 al 28 novembre, la X edizione del Divergenti – Festival Internazionale di Cinema Trans, organizzato da MIT – Movimento Identità Trans, è l’unico festival italiano (e tra i pochi al mondo), dedicato esclusivamente alla narrazione di storie che affrontano la tematica trans.

Tornato dopo due anni di pausa, sotto la direzione artistica della presidente onoraria del MIT Nicole De Leo, il festival si è dovuto trasferire interamente sul web, grazie alla piattaforma DER (Documentaristi Emilia Romagna) docacasa.it. A meritarsi il primo premio è stato il lungometraggio di Gil Baroni Alice Junior, enormemente apprezzato in numerosi festival per il taglio con cui affronta le tematiche di genere e il bullismo, scegliendo di adottare uno sguardo marcatamente rivolto alle nuove generazioni. Menzioni speciali per il documentario Indianara, il cortometraggio Sunken Plum e il lungo Lingua Franca

Il fil rouge di quest’anno è stato il tema delle migrazioni, fortemente radicato nella comunità trans; migrazioni intese non esclusivamente come trasferimento in un diverso paese, ma anche e soprattutto come migrazione ad un sé altro, a una nuova consapevolezza. Si può migrare da una vita passata a nascondersi a un’identità rivendicata con orgoglio, come in Sunken Plum. Oppure la migrazione consiste nello stravolgere la mentalità ultraconservatrice con cui si è cresciuti, come in Alice Junior. Ma la migrazione più necessaria di tutte è quella che viene oggi richiesta in modo imperativo alla società: abbandonare le stoiche convinzioni legate al binarismo di genere e raggiungere finalmente quello stadio di accettazione e apertura – forse addirittura menefrighismo – nei confronti delle divergenze che transitano nel mezzo dei due poli maschio-femmina.

Alla conclusione di questo festival, la vera domanda che rimane da chiedersi è una cosa: quanto attivamente stiamo facendo per facilitare questa migrazione?

Alice Junior, Gil Baroni, Brasile 2020

Ventata di aria fresca nel panorama dei film LGBTQ+, Alice Junior è un film leggero che sa informare in modo chiaro e onesto sulla realtà trans. Un teen drama che di bullismo e primi amori. Tutto qui. Il valore del film risiede proprio nel voler parlare di transgenderismo parlando d’altro. Alice, interpretata da una stupenda Anne Celestino, viene bullizzata perché trans; proprio come Cady Heron lo era per essere una nerd appena tornata dall’Africa. Per quanto l’identità di genere della protagonista sia centrale nel disagio di cui soffre nello sperduto paesino rurale, il film tratta l’argomento normalizzandolo fino all’osso, presenta le difficoltà quotidiane del vissuto di Alice con una regia catchy per un pubblico giovanissimo (ma avrebbe molto da insegnare anche ai Boomer). L’evoluzione tracciata dalla narrazione non è quella dei singoli personaggi, ma piuttosto collettiva, dove ognun* compie un passo avanti nella propria vita, acquisenso una nuova prospettiva.  Una vittoria più che meritata.

Sunken Plum, Roberto F. Canuto e Xu Xiaoxi, Cina, 2017

Li Wanying, donna transgender trasferitasi in città per poter vivere la propria vita liberamente, è costretta dalla morte della madre a tornare al villaggio rurale dove è nata, per le celebrazioni del funerale. Pentita per aver perso l’occasione di poter dire la verità su di sé alla madre, ora la rottura della finzione è inevitabile. Un corto onirico di difficile digestione, che culmina con i titoli di coda corredati da materiale audiovisivo censurato dal governo cinese.

Tanti Triangoli Rosa, Luca Gaetano Pira, Italia, 2020

Il titolo del documentario, che richiama al simbolo che erano costrette a indossare le persone omosessuali nei campi nazisti, è emblematico delle vite raccontate nel film. Le voci che narrano le proprie storie, senza alcun tentativo di indorare la pillola, sono quelle di coloro che hanno dovuto subire in prima persona violenze di ogni sorta durante periodi di dittatura. Le testimonianze sono toccanti quanto preziose, e raggiungono efficacemente lo scopo di ricordarci che l’epoca di quei triangoli rosa non é poi tanto lontana.

Indianara, Aude Chevalier-Beaumel e Marcelo Barbosa, Brasile 2019

Se Alice Junior racconta di un Brasile ottimista che ritrova speranza nella Gen Z, il documentario Indianara ci riporta con dolore alla realtà violenta di un Brasile che si è ritrovato a fare un passo indietro con le elezioni del presidente Bolsonaro. Indianara, la protagonista, è una donna trans che non teme la verità, non teme le parole e non teme le etichette che le vengono affibbiate. Puttana, estremista, vegana, radicale. Sono termini che veste con caparbietà, senza retrocedere di un solo passo dalla propria posizione. Indianara sa perfettamente la propria forza è un pilastro per tutte le donne transgender del Paese, e non si vergogna a versare con orgoglio le proprie lacrime. Indianara sa che è grazie alla sua determinazione e alla sua militanza spregiudicata che la causa per la difesa della sopravvivenza della comunità trans brasiliana viene portata avanti e guadagna terreno di giorno in giorno, anche si tratta di pochi centimetri. Lo sguardo della macchina le rimane morbosamente attaccato, la segue ovunque, e spietato ne mostra i momenti di coraggio quanto quelli di disperazione. Una regia che non vuole raccontare, ma fare esperire, e per questo non aggiunge un filo di colonna sonora, né alcuna voce narrante. La tensione è un crescendo che segue la costante frenesia della vita della protagonista e raggiunge il climax sul finale, fino a farci dubitare che l’attivista sia davvero sopravvissuta fino a oggi.

Amaranto, Noemi Marilungo, Italia, 2020

L’Italia è quel paese dove nessuno è cliente delle prostitute transgender, ma ci si aspetta che durante una pandemia siano guadagnino comunque abbastanza da non necessitare alcun tipo di sostegno economico da parte dello Stato. L’Italia è quel paese dove nessuno è cliente delle prostitute transgender, ma durante una pandemia hanno ricevuto tante chiamate quanto le pizzerie d’asporto. Attraverso testimonianze dirette di sex worker, cooperatrici sociali e attiviste, Amaranto offre una finestra sul dedalo di incoerenze di quest’Italia che non vuole sentire parlare di regolamentare il sex work, ma pretende di continuare a ottenerne i servizi. E lo fa in modo preciso e onesto, semplicemente riportando dati reali.

Allah Loves Equality, Wajahat Abbas Kazmi, Pakistan, 2019

Presentato a Love Festival 2019 di Torino, il documentario diretto dall’attivista di Amnesty International Wajahat Abbas Kazmi dà voce alla comunità LGBTQ+ del Pakistan, uno dei paesi più discriminatori al mondo nei confronti di persone omosessuali e transgender, prima a causa delle restrizioni del colonialismo britannico, e poi dell’inserimento della Shari’a nell’ordinamento legislativo. In un collage di testimonianze di esponenti della comunità che vivono e combattono contro i soprusi quotidiani e tentano di conquistarsi lo spazio per vivere, emerge la descrizione di un paese frammentato, minato da contraddizioni che ne caratterizzano il tessuto sociale. Se da una parte non esiste alcuna legge che protegga dalle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, dall’altra la comunità transessuale, soprattutto femminile, è accompagnata da un’aura sacrale dovuta alla credenza superstiziosa secondo cui portino fortuna; tradizione che comunque non la difende dai persistenti atti di violenza. Le storie di resilienza vengono raccolte da una regia pulita, con un occhio giornalistico che vuole solo essere un mezzo che dia voce a chi ha bisogno di raccontare la propria lotta.

Lingua Franca, Filippine, 2019

Un film incentrato più sul tema della migrazione che su quello della transessualità, e solo a una seconda riflessione a freddo emerge quanto effettivamente la tematica transgender sia centrale alla narrazione, proprio perché trattata come un espediente drammatico di contorno. Lingua Franca è un film che si sviluppa per silenzi e non detti, dove la storia cresce quando i personaggi si muovono nell’intimo delle proprie singole esistenze . Tra i silenzi dei quartieri etnici, i silenzi delle stazioni metropolitane, i silenzi del buio delle camere da letto, un insieme di tante storie prende forma nella mente dei personaggi, più che nelle loro azioni. Lingua Franca vuole infatti raccontare come la discriminazione abbia sempre la stessa radice, anche se la sua espressione assume diverse forme, che si tratti di transfobia o xenofobia, e mostrare come questi molteplici strati di pregiudizi si possano intrecciare nella vita di un’unica persona, costretta a subire le incursioni da un mondo esterno perennemente alla ricerca del capro espiatorio.

Gloria Venegoni