Voto

7

Il gruppo di Londra Nord ritorna con un album che già dal titolo, Blue Weekend, rivela il tenore malinconico e nostalgico che permea il progetto. Prodotto in Belgio dal britannico Markus Dravs, le cui collaborazioni contano nomi del calibro di Arcade Fire, Coldplay e Florence + the Machine, il disco presenta una forte coerenza sonora, nonostante i diversi stili che si intrecciano tra un brano e l’altro. Realizzate nell’arco di un anno e mezzo, le undici composizioni offrono a Ellie Rowsell la possibilità di cimentarsi in esecuzioni canore proteiformi su un sottofondo che spazia dalle tendenze folk di Safe from Heartbreak (if you never fall in love) a quelle più aggressive, in pieno stile Hole, proposte in Smile.

La triade iniziale composta da The Beach, Delicious Things e Lipstick On The Glass è caratterizzata da lenti crescendo che alimentano l’intensità emotiva dei brani in modo graduale, per sfociare poi in delle sezioni corali la cui profondità e vastità esecutiva fungono da climax ideale. Con How Can I Make It Ok? ci si avvicina ad un pop in debito con un’estetica musicale stile ‘80s, in cui sintetizzatori, voci intrise di riverbero e percussioni serrate rimandano alle HAIM di If I Could Change Your Mind. Arrivati a Feeling Myself saltano subito all’occhio elementi sonori, dalle tastiere alle voci, eterei e impossibili da non associare al filone dream pop di nomi come Cocteau Twins e Cure. The Last Man On Earth è il pezzo più efficace del disco, e presenta delle dinamiche analoghe ai primi tre brani dell’abum, con l’aggiunta di un breve intermezzo in cui il suono liquido di un Leslie speaker ricorda produzioni musicali datate. In No Hard Feelings la voce di Rowsell è sostenuta solamente da una ripetitiva linea di basso che fa spazio a dei cori riprodotti con dei sintetizzatori in grado di accentuare il carattere mesto della performance.

A ormai quattro anni di distanza da Visions of a Life, vincitore di un Mercury Prize nel 2018, Blue Weekend sembra più una conferma che un’evoluzione, e forse è proprio questa la più grande issue: il disco è ben suonato e arrangiato, tuttavia tende a peccare di prevedibilità, ambendo forse a rassicurare i fan piuttosto che a sorprenderli.

Lorenzo Moro