Voto

8

L’American icon Willie Nelson torna prepotentemente sulle scene aggiungendo un altro solido lavoro alla sua immensa discografia. Co-prodotto da Buddy Cannon, God’s Problem Child raggiunge gli amanti del genere country e honky tonk dopo il precedente For the Good Times: A Tribute to Ray Price.

Il leggendario countryman produce un flusso di tredici tracce dalle radici definite, omogenee e pervase da un sound squisitamente U.S.A., utilizzando come collante dell’album la magistrale armonica di Mickey Raphael (suo sodale in musica ormai da tempo) e il tipico guitar playing nelsoniano, a tratti malinconico, a tratti deciso. Nelson alterna pezzi veloci (l’apertura con Little House on the Hill e Still Not Dead su tutte) a tracce più lente e intimiste (la magnifica Old Timer, True Love e la title track God’s Problem Child) che sconfinano nel cantautorato (il paragone immediato è con l’infinito Tom Waits); l’opera si conclude con la struggente He Won’t Ever Be Gone, tributo all’amico e musicista defunto Merle Haggard. Pianoforte, chitarra acustica, armonica e una voce bassa intrisa di emozione sono i mezzi semplici di cui Nelson si serve per la trasmissione delle tematiche inserite nei testi: l’intero vissuto di un uomo di 84 anni, che sente il peso dell’età sulle spalle ma che catarticamente lo trasforma in un inno alla vita in musica.

“It’s just one big circle and it’s beginning again, delete and fast forward my friend”: le lyrics dell’album riescono a descrivere nel migliore dei modi il messaggio dell’hall of famer americano. Willie Nelson si rimette in gioco e invita l’ascoltatore a fare lo stesso, dopo averlo spinto a riflettere criticamente, come un vecchio saggio, sui grandi tesori della vita.

Federico Bacci