Voto

8

A tre anni di distanza da Schmilco (2016), l’ultimo tassello del percorso di semplificazione avviato dal gruppo che non ha particolarmente entusiasmato la critica, i Wilco tornano con un disco che sorprende per l’essenzialità dei suoni e l’efficacia dei testi. Ode to Joy è un inno alla bellezza delle piccole cose quotidiane, che trova la propria ragion d’essere nella distanza fra la solennità del titolo e la semplicità delle tematiche risiede. Dalla scelta degli strumenti alla loro resa in studio, dagli arrangiamenti mai scontati alle liriche quasi sussurrate dalla voce Jeff Tweedy, il disco rivela tutta la ricercatezza armonica e la lucidità del gruppo di Chicago.

Il primo suono di Bright Leaves è un cassa-rullante secco e reale, al quale si vanno ad aggiungere, pian piano, gli altri strumenti, in un’atmosfera acustica intimissima dal retrogusto country (Before Us). In ogni brano, dalla silenziosa Quiet Amplifier all’americana White Wooden Cross, gli arrangiamenti si strutturano secondo una crescita ponderata, mai eccessiva né fuori luogo. Gli unici momenti in cui l’energia dei Wilco esplode in tutta la sua potenza sono i due singoli Eveyone Hides e Love is Everywhere (Beware), tutti giocati sulla dinamica e sulla sinergia, piuttosto che sul dirompere strumentale; a dominare l’insieme è la voce di Tweedy, mai sopra le righe nel suo sussurrare fragile e sereno, come nelle ballate conclusive Hold Me Anyway e An Empty Corner.

I Wilco si superano ancora una volta, continuando il loro percorso di maturazione artistica. In un panorama musicale regolato dal desiderio di aggiungere sempre qualcosa in più, Ode to Joy è dimostra quanto la semplicità possa spesso essere l’elemento che caratterizza una sensibilità artistica fuori dal comune.

Riccardo Colombo