Cosa succede quando una minoranza oppressa, umana o animale, risorge contro l’ingiustizia.

Abusi ripetuti, sottomissione e prevaricazione hanno il potere di trasformare brutalmente anime gentili in belve feroci assetate di vendetta. Il film White God – Sinfonia per Hagen di Kornél Mundruczó utilizza i cani come metafora per trasmettere questo messaggio raccontando la favola di Hagen, un meticcio che cerca di sopravvivere per le strade di Budapest dopo essere stato abbandonato dai proprietari per evitare di pagare una tassa gravosa imposta sui cani “bastardi”. Non essendo cani di razza pura, infatti, non sono considerati degni di vivere nelle case, e così popolano strade e canili; vengono emarginati e additati come pericolosi, incutono paura e terrore. Altro non è che la parabola del diverso che viene disprezzato e demonizzato perché si distingue per natura, razza, religione, nazionalità, colore; e la paura può portare facilmente alla persecuzione, senza alcuna valida giustificazione.

La produzione ha utilizzato cani provenienti da vari rifugi e nessun animale è stato maltrattato nella realizzazione del film, con l’approvazione della White Cross Animal Protection Society dell’Ungheria. La notizia che ha dell’incredibile è che, dopo le riprese, tutti i cani, prima randagi e indesiderati, sono stati adottati e hanno trovato una famiglia. Il merito per l’eccellente lavoro va alla squadra di addestratori – in particolare all’addestratrice Teresa Ann Miller – che si è occupata degli animali, del loro training e del loro benessere. Il progetto è stato impostato sul gioco e sulla totale libertà dei cani sfruttando la loro curiosità e il loro comportamento naturale. Nella maggior parte delle riprese si sono infatti comportati in maniera spontanea e in questo modo sono riusciti a trasmettere emozioni forti e pure, come quelle che ci trasmettono nella vita di ogni giorno. Ciò giustifica la scelta del regista di utilizzare come protagonisti i cani – da sempre considerati fedeli compagni dell’uomo – perché non hanno pregiudizi nei nostri confronti, ci amano per ciò che siamo e per ciò che dimostriamo ai loro occhi, non badano alla razza o al colore della pelle e ci sono semplicemente leali. Noi umani, invece, spesso abbiamo la prepotenza di sottomettere queste bestie forti e complesse in nome di un’autorità prestabilita e senza alcun fondamento, come ogni giorno accade anche nei confronti di migliaia di persone emarginate. In questo senso è stato utile utilizzare il cane come rappresentazione simbolica del reietto, per raffigurare ogni minoranza che affronta l’oppressione razziale o di classe.
Gli animali sono innocenti, amorevoli e dolci, ma a causa dei continui abusi vengono costretti a diventare violenti, dimenticando ciò che sono. Questo è ciò che accade a chiunque viene continuamente mortificato, fino a perdere la propria umanità. Ed è anche ciò che avviene nel finale del film, in cui tutti i cani risorgono contro la città e corrono per le strade in branco seminando terrore tra quelli che fino a prima erano stati i loro aguzzini. È il simbolo della rinascita degli oppressi, che spesso sfocia nella violenza a causa delle cicatrici indelebili dell’anima dovute alle persecuzioni e ai soprusi subiti in passato.

“L’ingiustizia porta all’ingiustizia, e il combattere con le tenebre e l’essere sconfitti da esse porta necessariamente l’inizio dei combattimenti” (Charles Dickens).

Elena Di Lorenzo