1. Una droga chiamata Nostalgia

Nel 1986 il fumetto Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons non è solo un’opera che rivoluziona i canoni del genere, ma è anche un trattato sulla figura del supereroe e sul suo superamento: i personaggi sporchi, segnati dai loro limiti e dai loro traumi, smorzano l’aura epica tipica del supereroe e riconducono la narrazione su un piano più naturalistico. Dopo la tiepida accoglienza riservata a Watchmen di Zack Snyder del 2009, la notizia di un ennesimo adattamento del fumetto, questa volta nella veste seriale, ha messo in allerta i fan. Di fronte a quest’ansia del suo pubblico, il cinecomic sceglie solitamente di adattare il materiale di partenza in un continuo dialogo coi suoi fan. Invece di scegliere la via più facile, puntando su un prodotto nostalgico e conforme all’originale, l’adattamento di HBO si assume tutto il rischio di un sequel che rielabora profondamente il fumetto di partenza: i vigilanti sono stati messi al bando, ma ora è la polizia ad indossare delle maschere; c’è un omicidio irrisolto, ma Nixon è stato sostituito da Robert Redford. Il risultato è un mondo allo stesso tempo familiare e sconosciuto, fumettistico e naturalistico, in cui i nuovi personaggi convivono insieme a quelli originali, a loro volta rimaneggiati per renderli più fragili, sfaccettati e terribilmente umani.

2. Un dio entra in un bar

Di fronte a film di supereroi che tendono a riprodurre sempre la stessa formula consolidata del cinecomic, la serialità si assume invece l’impegno di esplorare strade nuove. Legion (2017), The Boys (2019) e Watchmen scelgono di dare spessore alla storia originale attraverso un uso accorto dei mezzi espressivi: piani sequenza incrociati (Questo essere straordinario) e narrazione non lineare (Un dio entra in un bar) per sconvolgere le certezze dello spettatore calandolo nella mente di un essere onnisciente e onnipotente. Il risultato è una storia in cui i rapporti di causa-effetto non rispettano – quasi – mai le aspettative e il futuro può arrivare persino a influenzare il passato.

3. Sotto il cappuccio

In un’intervista rilasciata qualche anno fa, Alan Moore dichiarava che la nascita del cinecomig risale a molto tempo prima della Marvel, quando i cavalieri mascherati di Nascita di una nazione (David Wark Griffith, USA, 1915) salvavano la situazioni, riportando il mondo all’ordine preesistente. Peccato solo che sotto quelle maschere si nascondessero i membri del KKK e che il mondo dei supereroi dei fumetti, perlopiù bianchi e scritti da bianchi, sia rimasto intriso del mito dell’Übermensch e della conseguente infantile volontà di supremazia sull’altro. A partire da queste riflessioni (la serie si apre con un film muto e un cavaliere incappucciato), la serie Watchmen vuole fare del supereroe lo specchio della società americana attuale, tra razzismo, suprematismo bianco, brutalità della polizia e deliri di onnipotenza.

4. Cosa è successo al sogno americano?

Mentre negli il Presidente degli Stati Uniti è alle prese con la procedura di impeachment, definendola un attentato alla democrazia, la serie assume una posizione politica molto decisa. Riflette da una parte sulla corsa spregiudicata a superare le possibilità dell’umano e le regole imposte dalla società civile, dall’altra sulla catena di prevaricazioni, discriminazioni, odio e ingiustizie che passa da una generazione all’altra. La storia vera del massacro razzista di Tulsa, da cui il racconto prende le mosse, crea una connessione tra passato e presente, insistendo sulla linea di demarcazione che divide chi ha sempre mantenuto poteri e privilegi e chi ne è sempre stato escluso. L’arco narrativo della poliziotta Angela Abar (Regina King), strettamente legato ai fatti di Tulsa, diviene allora un viaggio alla scoperta delle sue radici, metafora di un’America tenuta insieme dall’intolleranza e in cui l’unica giustizia possibile è quella fatta con le proprie mani.

5. Lost in translation

Le precedenti esperienze nella serialità televisiva dello showrunner Damon Lindelof hanno influito notevolmente sulla genesi di Watchmen. Come Lost, la serie targata HBO è caratterizzata da un gioco di stimoli, indizi e rimandi con lo spettatore e il fumetto di Moore. La cosiddetta “narrazione esplosa” trasforma la serie in una sorta di puzzle i cui pezzi, lentamente, puntata dopo puntata, riescono a incastrarsi l’uno con l’altro. Un gioco che si estende anche al di qua dello schermo: Lindelof ha dichiarato che la serie non sarà rinnovata per una seconda stagione, anche se gli attori sembrano già essere stati scritturati da HBO; dunque i sospetti che sia solo una mossa di marketing per tenere alta l’attenzione fino alla prossima stagione sono quasi ovvi.

Francesco Cirica