Voto

3.5

Dopo i molti riconoscimenti ottenuti per la co-sceneggiatura de La pazza gioia (Paolo Virzì, Italia, 2016) Francesca Archibugi torna dietro la macchina da presa per raccontare una storia a metà tra dramma e commedia famigliare. Presentato Fuori Concorso all’ultima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia,Vivere narra le vicende di Susie (Micaela Ramazzotti), madre completamente fagocita dal mondo e dalle proprio fragilità, di suo marito Luca (Adriano Giannini), giornalista freelance fallito che si riconosce costantemente infelice, e di Mary Ann (Roisin O’Donovan), appena trasferitasi dall’Irlanda a Roma come au pair per occuparsi di Lucilla, la figlia di Susie e Luca affetta da una seria forma di asma.

Ben presto la sceneggiatura perde completamente di senso e si inceppa ripetutamente, sia per il ritmo dilatato, sia per una sceneggiatura a tratti sconclusionata. L’intento di fare di questo quadro confuso una metafora della vita, come allude il titolo, viene rapidamente disatteso e la regista cade in un facile errore: la volontà di indagare temi che interessano la quotidianità famigliare sfuma nell’incapacità di saperli approfondire con attenzione e spessore, proponendo invece un affresco sommario e impressionistico di un “vivere” tutt’altro che verosimile. Le incertezze della sceneggiatura risiedono nel continuo dondolio della pellicola tra stravaganze al limite del credibile e cliché stantii. Nemmeno il ruolo secondario affidato a Marcello Fonte – vicino della famiglia Attorre – dà profondita alla narrazione: la sua funzione di possibile alter ego dello spettatore si sgretola nel dialogo finale tra il suo personaggio e quello di Ramazzotti, che invece di rivelare in qualche modo la funzione di Fonte certifica la pochezza espressiva e l’inconsistenza del film.

Il team Virzì-Archibugi dimentica la profondità emotiva de La pazza gioia e, come accaduto anche col recente Notti magiche (Paolo Virzì, Italia, 2018), imprigiona un soggetto potenzialmente valido all’interno di una realizzazione mediocre, parte di un cinema che non ha nulla da dire.

Davide Spinelli