Voto

8

Si dice che i pesci in un acquario tendano a crescere in maniera direttamente proporzionale alla grandezza della gabbia, e dunque ne siano limitati.

Vince Staples utilizza proprio la Big Fish Theory per costruire una metafora della condizione di molti americani. Ma, a differenza dei suoi concittadini, la sua gabbia è al momento molto spaziosa. Il rapper di Long Beach compie un’operazione che ci si aspettava da molto tempo: slega i generi tradizionali dai loro vincoli e li mescola, accoglie sonorità elettroniche – la house della Chicago dei primi anni ‘80 – e invita personaggi illustri (Damon Albarn, Kendrick Lamar e Justin Vernon, prendendone giusto tre a caso) senza renderli però protagonisti del disco.

Trentasei minuti di liriche rap – in cui si parla di vita, costume e società – contenute in un disco che supera i confini dell’hip-hop per navigare, come un grande pesce, in acque dimenticate: questo dev’essere il senso della musica secondo Vince Staples, libera dalle etichette di genere.

Anna Laura Tiberini