Voto

8.5

Il rischio che Victoria, lungometraggio di 140 minuti girato interamente in piano sequenza, si rivelasse un mero esercizio di stile, uno sfoggio virtuosistico e velleitario di un regista (Sebastian Schipper) giovane e ambizioso, era altissimo. Sorprendentemente, invece, l’operazione risulta convincente e il film, presentato in concorso alla scorsa edizione della Berlinale, ha rapito l’attenzione di pubblico e critica.

L’operatore Sturla Brandth Grǿvlen – il cui nome compare significativamente prima di quello del regista nei titoli di coda – segue i quattro giovani protagonisti nella notte berlinese, orchestrando un turbinio di volti, respiri affannati e paesaggi urbani lungo quasi due ore e mezza. La sceneggiatura è appena tratteggiata e gli attori si abbandonano all’improvvisazione: tutto concorre alla massima libertà di un esperimento audace e dirompente.

Il pregio di Victoria è che l’aspetto formale non prende mai il sopravvento su quello contenutistico: nonostante la radicalità delle scelte stilistiche, l’equilibrio con la narrazione è ottimo e lo spettatore è massimamente coinvolto dalle vicende, spiazzato dall’improvviso precipitare degli eventi. La consapevolezza che qui non esistono stacchi, né pause, né copione non distrae mai ma accresce la vertigine di un’eterna sospensione.

Giorgia Maestri