Voto

7

Mentre l’America sta affrontando una fase allarmante da un punto di vista politico e sociale, il cinema statunitense contemporaneo si fa carico di fornire chiavi di lettura per affrontarla. Ecco allora che, nella rinverdita passione di Hollywood per il cinema civile, Adam McKay torna alla regia nel tentativo di individuare i presupposti dell’ascesa di Donald Trump. E lo fa con lo stesso tono pop e scanzonato con cui, tre anni fa, aveva descritto i complessi meccanismi della crisi dei mutui subprime che nel 2008 aveva sconvolto il mondo: La grande scommessa.

Il bersaglio questa volta è Dick Cheney (Christian Bale), vicepresidente di George W. Bush nonché eminenza grigia che tirò i fili della nazione da dietro le quinte. Per raccontarlo, McKay sceglie una fotografia scura dominata dalle ombre e un tono serio, alternando ricostruzione e materiale d’archivio sulle cui immagini si impone l’onnipresente voce narrante – un po’ alla Michael Moore. Il risultato è il ritratto di un uomo senza alcuna qualità: uno yes man ossessionato dalla scalata sociale, succube della moglie e privo di idee e ideologie. Un servo del potere, più che dello Stato, che ebbe successo proprio in virtù di quei difetti e di quegli eccessi che avrebbero dovuto tenerlo lontano dalla Cosa Pubblica.

È facile leggere tra le righe i riferimenti puntuali all’America di Trump, ma non lo è appassionarsi alla storia: un racconto che procede a rilento e fatica a catturare l’attenzione dello spettatore. Al netto di geniali momenti di trasgressione dello storytelling tradizionale, McKay mantiene uno stampo da biopic classico che priva il film di freschezza e incisività. Vice – L’uomo nell’ombra ha un po’ il sapore del paradosso: quello di un autore capace da una parte di rendere accessibile a tutti la finanza e, dall’altra, di rendere terribilmente noiosi gli intrighi del potere.

Francesco Cirica