Il 29 agosto di cento anni fa nasceva una delle più grandi dive della storia del cinema, Ingrid Bergman, la cui storia ci viene oggi raccontata nel docufilm di Stig Björkman Io sono Ingrid, nelle sale il 19 e il 20 ottobre.

Nata in un piccolo paese della Svezia, è sempre stata uno spirito libero. Irrequieta, dinamica, energica e coraggiosa sognava Hollywood fin da piccola, quando l’unico obiettivo a inquadrarla era quello del padre, dal quale assorbì anche la passione per la macchina da presa. La voce narrante del docufilm, infatti, è per la maggior parte sostenuta da fotografie e riprese della stessa Ingrid o di persone a lei care; un preziosissimo archivio di tutti i suoi ricordi da lei ossessivamente accumulati – e incredibilmente mai persi nonostante gli innumerevoli spostamenti – in una vita talmente intensa da poterne riempire anche due.

Dagli spezzoni sulla sua difficile e dolorosa infanzia emerge il ritratto di una bambina vittima di una logorante solitudine, prima per la perdita della madre e poi dell’adorato padre. Preda di una forte timidezza che riusciva a superare circondandosi di amici immaginari, rivestiva ogni volta ruoli diversi dalla sua realtà e diventava sempre “altro” rispetto a se stessa. Proprio come attrice Ingrid riuscirà a conquistare il proprio spazio nel mondo; ed è evidente come recitasse in realtà da sempre in modo inconsapevole: prima per il padre, poi con i personaggi da lei inventati e, finalmente, sul grande schermo, consacrata a star con il successo di Intermezzo.

Viene così raccontata la storia del cinema degli anni ’40 e ’50 tramite gli occhi di Ingrid Bergman che, a differenza nostra, vedeva anche chi stava dietro le quinte: non solo i registi – tra i quali spicca Hitchcock, cotto di lei –, ma anche tutte le troupe. Tramite le amicizie, il lavoro e le relazioni amorose – le più significative con il fotografo di Magnum Photos Robert Capa e il regista Roberto Rossellini – possiamo avere l’onore di guardare sul grande schermo e soprattutto in veste informale i maggiori pilastri della storia del cinema.

Ingrid Bergman

Dalle letture tratte dal diario privato di Ingrid Bergman, in veste quindi di testimone oculare, emerge anche la differenza, forte nel cinema di quel periodo, tra il modo di girare hollywoodiano e quello italiano degli anni del Neorealismo: dopo aver lavorato con Rossellini, notoriamente disorganizzato e sbarazzino, nonostante le difficoltà iniziali dovute all’improvvisazione costante, non riuscirà più ad adattarsi al cinema made in USA.

Interessanti anche le riflessioni squisitamente private sul lavoro dell’attore: continuamente in movimento e costretto a prendere scelte difficili soprattutto in ambito familiare, vive un esilio intrapreso per scelta ma non per questo meno difficile. E poi il controverso rapporto con il successo, con le critiche, con la privacy e in particolare con gli scandali dovuti ai suoi numerosi amanti: “Sono passata da santa a puttana e poi ancora a santa in una sola vita”.

A completare il docufilm le testimonianze di tutti i suoi figli (la bimba avuta con il primo marito Peter e i tre bambini di Rossellini) che, nonostante la forte assenza della madre, hanno per lei solo parole di ammirazione e affetto: la presenza incostante l’ha resa per loro più un’amica che una mamma, una persona con cui ridere, giocare e divertirsi, non colei che impartiva ordini e regole.

Donna indipendente, forte e sicura di sé, sapeva benissimo quello che voleva e come ottenerlo. Potrebbe essere riassunta da una sola frase: “Nessuno, a parte me, può decidere come devo vivere”. Hai ragione, Ingrid.

Benedetta Pini