Pochi cineasti nella storia del cinema si sono dimostrati eclettici e poliedrici come Stanley Kubrick. Nato negli Stati Uniti e naturalizzato britannico, nel corso della sua carriera si è approcciato ai generi cinematografici più disparati: dalla fantascienza – rivoluzionandola e nobilitandola – all’horror, passando per il dramma e la commedia fino al film di guerra. Proprio quest’ultimo è filone particolarmente importante nel percorso di Kubrick e ne segna le tappe fondamentali, manifestando l’idea antimilitarista che il regista aveva dei conflitti bellici. Attraverso film di guerra e film sulla guerra, come Orizzonti di gloria (Paths of Glory, USA, 1957), Spartacus (USA, 1960) e Full Metal Jacket (USA/UK,1987), Kubrick ha sollevato riflessioni mai banali sul tema, scagliandosi apertamente contro la grettezza dei ranghi militari e l’azione bellica, ritenuta tribale, insensata e sterile. I conflitti portati sullo schermo dal regista sono ciascuno profondamente diverso dall’altro, sia per strategia militare che per casus belli, ma hanno tutti un comune denominatore: il carattere fortemente infantile di chi viene mandato al macello della guerra, un’idea che sovverte dall’interno le dinamiche del war movie classico, tradizionalmente dominato da ambienti in cui vengono esaltati valori morali ritenuti “alti” e “virili”.

1916, prima guerra mondiale, fronte occidentale. È questo lo scenario di Orizzonti di gloria, lungometraggio tratto dal romanzo omonimo di Humprey Cobb e scritto da Kubrick stesso insieme a Calder Willingham e Jim Thompson. I romanzi di quest’ultimo, noto principalmente per essere un autore di noir, erano pervasi da una forte vena nichilista, in cui opportunismo e corruzione d’animo emergevano anche nei personaggi apparentemente più innocui. Caratteristiche che segnano fortemente anche i personaggi della pellicola: il generale Mireau (George Macready) è accecato dal desiderio di avere una promozione ed è pronto a tutto pur di ottenerla, il generale Broulard (Adolphe Menjou) sa sollecitare con maestria le corde più deboli dell’animo umano per raggiungere il proprio scopo. Orizzonti di gloria rivela tutta l’influenza che ebbe su Kubrick un mostro sacro come Sergej M. Ėjzenštejn, evidente tanto nell’uso del montaggio, studiato per rendere invisibile il nemico, quanto nella riflessione critica nei confronti dell’Occidente. La fucilazione dei tre soldati scelti a caso per supplire alla mancata conquista del “formicaio” rivela esattamente ciò che è la morte per l’uomo occidentale durante un conflitto: un momento primitivo di sollievo e di barbarico spettacolo catartico.

I secolo a.C., montagne della Libia. All’interno di queste coordinate spazio-temporali si colloca uno dei più importanti kolossal di sempre, Spartacus. Ancora una volta Kubrick mostra l’insensatezza della guerra e condanna l’ordine militare precostituito fin dall’incipit del film, con la sequenza in cui Spartaco – interpretato da un sontuoso Kirk Douglas –, morde il piede di un soldato della guarnigione. L’intera pellicola è scossa da uno slancio di protesta fin dalla sua ideazione: lo sceneggiatore è Dalton Trumbo, accusato di filocomunismo e per questo inserito nelle liste di proscrizione stilate durante il maccartismo, diventando un personaggio scomodo per le produzioni hollywoodiana. L’influenza di Ėjzenštejn è ancora una volta pregnante, tanto che, per la rappresentazione della battaglia finale, Kubrick riprende apertamente le soluzioni utilizzate dal regista sovietico in Aleksandr Nevskij (1938): l’uso del montaggio polifonico fa sì che suono e immagini si sviluppino su linee autonome, mantenendo tra loro una legame dato dall’unitarietà del progetto complessivo. Da un punto di vista semantico, lo scontro contrappone la rigida disposizione della legione romana allo schieramento quasi casuale dei ribelli, veicolando così una critica verso l’approccio imperialista e un elogio della rivolta contro l’ordine vigente.

1967, Parris Island, Carolina del Sud. A dieci anni dalla fine del conflitto in Vietnam cominciano le riprese di Full Metal Jacket. Kubrick si serve del war movie per depotenziarlo e ridicolizzarlo, pur attenendosi ai canoni imposti dal genere. Il racconto segue la classica struttura ternaria: addestramento, battesimo del fuoco, crescita interiore del protagonista.
La prima è una delle fasi più importanti, in cui viene mostrato con la lente di ingrandimento il delirante mondo bellico in cui i personaggi si trovano a vagare. La violenza verbale urlata da Ronald Lee Ermey nei panni del sergente maggiore Hartman innesca le debolezze e le insicurezze dei soldati, vittime di un sistema che non riescono a capire, dal quale vengono inghiottiti e portati progressivamente verso l’autodistruzione: Kubrick sbatte in faccia allo spettatore l’impotenza del singolo di fronte a un apparato mostruoso come quello dell’addestramento militare, che si concretizza esteticamente nella rigida geometria della caserma, in netta antitesi rispetto al caos interiore di chi la abita. Il nemico è nuovamente invisibilizzato e si palesa solo al termine dei film nella figura di un cecchino, che si rivela essere una giovanissima ragazza vietnamita. Ecco che Kubrick sbeffeggia ancora una volta l’intero sistema militare, evidenziando l’incapacità dei Marines, programmati per uccidere senza pietà, di tenere testa a un’adolescente.

La regressione del genere umano causata dalla guerra torna anche nel finale: i soldati, “dopo aver scolpito i loro nomi nelle pagine della Storia”, si muovono tra le fiamme cantando La marcia di Topolino. Una chiusa che esprime a piena voce l’incapacità di adeguamento e l’ottusità di un uomo con un fucile in spalla, condannato a perdere il contatto con la realtà e l’empatia verso i propri simili.     

Rino Seu