Voto

4

Vengo anch’io è la prima esperienza dietro la macchina da presa della coppia Nuzzo – Di Base, una storia che parla di solitudine e ossessione. Nonostante l’ottima recitazione di tutti gli attori coinvolti, anche del giovane Gabriele Dentoni, la pellicola ha un’enorme difetto che le impedisce di decollare: la banale e ostentata rappresentazione dell’italianità. La storia, fin da subito, sembra un cliché ripescato dal cilindro: tre persone assolutamente fuori dal comune si apprestano a fare un viaggio che li cambierà profondamente. Non vi ricorda qualcosa? Per citarne due nostrani: Tre uomini e una gamba e Ovunque tu sarai.

L’unico risultato che la pellicola riesce a ottenere è quello di fare capire quanto la vita sia dura ma, per l’ennesima volta, il dramma profondo che i protagonisti affrontano viene stravolto da gag in dialetto, battute sui meridionali e freddure a sfondo sessuale. Vengo anch’io è un film che sazia lo spettatore medio e lascia a bocca asciutta quello appena più esigente, ma non basta più: in Italia c’è l’urgenza di essere scioccati, di vedere qualcosa di nuovo, di scavare sotto la superficie dei bei paesaggi, dove tutto sembra meraviglioso, calmo, sotto controllo e destinato all’equilibrio, anche quando i carabinieri ti fermano dopo una rapina.

L’unica scelta registica degna di nota è rappresentata dalle scritte sui muri: messaggi modestamente profondi che si alternano tra un atto e l’altro, ma che, tuttavia, sfumano insieme al banale lieto fine.

Filippo Fante