Nella primavera del 1996 Crash viene presentato al Festival di Cannes e pochi mesi dopo arriva nelle sale. È subito uno scandalo: il film viene additato come un film “pericoloso” per via della sessualità non convenzionale rappresentata e del suo sguardo apatico e perverso; proprio quegli stessi elementi che nel giro di pochi anni lo renderanno un cult del genere. Il 5 e il 6 settembre, a distanza di 23 anni, il film è arrivato alla 76ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia in versione restaurata in 4K, prodotta da Recorded Picture Company e Turbine Media Group e con la personale supervisione di Cronenberg e del direttore della fotografia Peter Suschitzky.

È con Crash che Cronenberg si afferma definitivamente come uno dei massimi esponenti del body horror, sottogenere dell’horror cinematografico nato a metà anni ’70 proprio dal lavoro di Cronenberg Il demone sotto la pelle (1975), considerato il capostipite della corrente. Un horror fortemente fisico e aptico che diventa uno stimolo a riflettere sulla psiche dell’individuo, declinata in Clash nel rapporto ossessivo uomo-macchina. Fortemente debitore nei confronti di autori come Burroughs e Ballard (scrittore del soggetto originale) e del panorama tematico della Beat Generation e della New Wave fantascientifica della seconda metà del ‘900, il film si presenta come il risultato ultimo di un secolo partorito dall’utero dei macchinari del sistema industriale e morto metaforicamente con la sua stessa metamorfosi nella macchina postmoderna per definizione: internet.

Proprio mentre la rete si trova a fare i conti con una democratizzazione prima ricercata e ora problematizzata, Crash rinnova una riflessione viva ma tristemente dimenticata dal mondo contemporaneo: le contraddizioni del post industrialismo hanno trasformato l’individuo in un essere alieno e alienato, un organismo intrappolato in un limbo esistenziale tra il deterioramento naturale del proprio corpo organico, vivente, e il desiderio di un nuovo corpo-macchina immortale perché mai vivo. In un contesto dove valori e ideali sono stati privati del loro significato, anche i corpi rimangono svuotati, da una parte incapaci di soddisfare e soddisfarsi, dall’altra in preda a una nuova libido perversa, alimentata dalla sofferenza, dalla deturpazione e dalla deformazione del corpo. L’uomo è diventato padrone del mondo circostante ma schiavo inconsapevole di un nuovo paradigma morale ed estetico che ci ha abituato a uno standard prima insostenibile di oggettificazione e normalizzazione di drammi, sofferenze, ingiustizie, morti.

Questa contaminazione tra corpo e macchina avviene attraverso la proposizione di feticismi collegati alle sensazioni materiche, alla deturpazione del corpo umano, alla rottura delle barriere morali e sessuali della nostra società: guanti di pelle, lattice, sigarette, cicatrici, peep show, giochi di ruolo, estetica gore, richiami a sottoculture cyberpunk, omosessualità, travestitismo, transessualità. La distruzione di un ordine prestabilito impatta violentemente contro la psiche umana, che ne esce confusa, disorientata, incapace di riconoscersi. Dietro Crash non c’è la condanna o sdegno: c’è solo la volontà di rendere l’uomo consapevole della propria trasformazione, della propria deriva naturale ma enigmatica, pericolosa ma necessaria, spaventosa ma affascinante.

Con un’amplificazione di significato straordinaria rispetto alla sua matrice letteraria, il film diventa un’opera metavisiva e metacinematografica in cui l’incidente automobilistico non è che l’apice adrenalinico della congiunzione tra morte e vita. I corpi delle macchine e delle vittime si intersecano come puri elementi materici di un collage o di una rayografia; un’opera che trova la vita nella morte e la morte nella vita. Il cinema si impone prepotentemente come protagonista, in quanto simulazione di un evento e fonte di appagamento sensoriale: nient’altro che l’ennesima risposta al complesso della mummia, al millenario tentativo dell’uomo di superare la morte identificandosi nel corpo sullo schermo, che rappresenta un doppio immateriale, fugace, impalpabile; come James Dean, “che morì per la rottura del collo e divenne immortale”.

Crash si rimaterializza dopo 23 anni portando a compimento il desiderio di immortalità di Cronenberg e del suo cinema, in risposta al bisogno di spiegare una contemporaneità che nonostante l’evoluzione conserva punti critici, incoerenze e tabù. La psicopatologia dell’umanità contemporanea si concretizza in una confusione totale di morte e vita, carne e metallo, occhi e obiettivi, sangue e petrolio; finché l’uomo non sarà che una macchina sostituita a se stesso, come nei peggiori incubi di tradizione europea, e il singolo diventerà un numero, un ingranaggio sostituibile, sacrificabile, perché parte di una trasformazione più grande.

Pietro Bonanomi