The Mountain, Rick Alverson | Concorso Venezia 75

America, anni Cinquanta. La lobotomia e l’elettroshock sono ormai considerate pratiche desuete, ma il dottor Fiennes (Jeff Goldblum) crede ancora nella loro efficacia, convinto di restituire alle famiglie i pazienti in uno stato innocuo. A lui si unisce – non si sa bene perché – Andy (Tye Sheridan), un ragazzo problematico con grandi carenze di affetto, che segue Fiennes in un viaggio on the road allucinato e allucinante, volto a lobotomizzare qualunque persona psicologicamente instabile incontrino. La costruzione geometrica e rigorosa delle inquadrature, la scelta di colori desaturati e lividi e il claustrofobico 4:3 restituiscono un’atmosfera ovattata e straniante che progressivamente si rivela essere l’estetizzazione dello stato mentale dei pazienti lobotomizzati di Fiennes, sprofondati in uno stato irreversibile di catalessi. Un’inquietudine e un ermetismo che funzionano per la prima parte del film ma si rivelano poi fini a se stessi, riducendo la pellicola a un surrogato inconsistente di quel cinema europeo gelido e asettico firmato Lanthimos, Östlund, Haneke e compagni. Non sorretto da una sceneggiatura solida, The Mountain va alla deriva e approda al nulla, persino con una punta di pretenziosità.

Roma, Alfonso Cuarón | Concorso Venezia 75

Roma parla del Messico, dei turbolenti anni Sessanta, dei legami affettivi, dei riti della borghesia e delle perverse gerarchie sociali. O meglio, parla di come Alfonso Cuarón ha vissuto sulla propria pelle tutto ciò. E lo fa con un bianco e nero luminosissimo e con movimenti di macchina e piani sequenza sinuosi e controllati che si abbandonano al flusso della vita, all’incedere delle faccende domestiche di Cleo e dei suoi drammi strazianti, ma anche al ritmo delle difficoltà familiari di Sofia, dipingendo le ferite delle due donne con empatia, dolcezza e grande rispetto. Lontane a causa di un intreccio irrazionale di etnia e rango, l’una è al servizio dell’altra, sottomessa da una rigida gerarchia sociale le cui barriere crollano, però, di fronte all’affetto genuino che Cleo prova per i figli di Sofia – e viceversa – e alla solidarietà che entrambe cercano di instaurare in casa, mentre i rivolgimenti politici si infiltrano negli loro equilibri quotidiani sconvolgendone l’esistenza. Quello dipinto da Cuarón è il mondo matriarcale in cui ha vissuto la propria infanzia, e lo restituisce con tutto l’amore che ha; ma un amore lucido, consapevole delle cicatrici che una situazione politica come quella messicana può lasciare.

Benedetta Pini

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