Voto

8

Con Veloce come il vento si chiude il triangolo d’amore del cinema italiano di inizio 2016 aperto da Perfetti sconosciuti e Lo chiamavano Jeeg-Robot.

Uno Stefano Accorsi all’apice della carriera e la nuova rivelazione Matilda de Angelis interpretano un film che sembrerebbe di genere ma è molto di più. Se infatti l’azione la fa da padrone, l’epopea familiare non viene schiacciata e ne trae anzi linfa vitale, in un climax formidabile di adrenalina ed emozione al ritmo di una gara GT.

Regia e montaggio sportivi non scivolano mai nell’artificiosità all’americana del genere e rimangono più vicini allo stile europeo (vedi Ronin), mantenendo un alto grado di verosimiglianza: una dose di dettagli tecnici veri, tre di riprese reali, una spolverata di cadenza emiliano-romagnola e infornare per due ore nel racconto autobiografico del campione dimenticato del rally anni ’90 Carlo Capone.

È dunque possibile fare un film di genere con personaggi e vicende fuoriclasse? Il regista Matteo Rovere risponde positivamente con questo suo ultimo lavoro.

Benedetta Pini