Voto

5.5

Van Gogh. Un pittore tanto sicuro della propria visione artistica quanto emotivamente instabile, psicologicamente turbato e socialmente isolato. La magnifica performance di Willem Dafoe, vincitore della Coppa Volpi a Venezia 75, cattura ogni frammento della complessità della sua personalità artistica. Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità di Julian Schnabel racconta il celebre pittore attraverso immagini straordinarie, in equilibrio tra poesia e dramma, con un approccio impressionistico che crea liberamente, deviando senza remore dalla storia originale.

Il film di concentra sugli ultimi anni di Van Gogh, narrati con un tono marcatamente confidenziale e familiare. Sostenuto finanziariamente dal suo amorevole fratello Theo (Rupert Friend), Van Gogh vive e lavora nel villaggio di Arles, dove viene raggiunto per un certo periodo dall’artista e amico Paul Gauguin (Oscar Isaac). Dentro e fuori dai manicomi per anni, Van Gogh morirà all’età di 37 anni ad Auvers-sur-Oise senza avere mai l’occasione di vivere il propsio successo artistico e commerciale.

Dafoe, con capelli e barba rossicci, occhi blu penetranti e volto tormentato, entra nella parte, trasmettendo silenziosamente i pensieri, le insicurezze e i momenti di ispirazione del pittore. Ed è esclusivamente con il suo punto di vita che lo spettatore riesce a identificarsi: i movimenti della macchina a mano da cinéma vérité sottolineano visivamente il disagio provato dall’artista nei suoi momenti peggiori, in contrapposizione con la pace dei campi lunghi sulle campagne, dove Vincent trova serenità e si abbandona alla contemplazione della natura. Una cura visiva puntuale e lirica che insiste sul divario straziante tra la vitalità creativa di Van Gogh e la sua drammatica incapacità di essere accettato nella società.

Maldestra, invece, la sceneggiatura. La complessità di Van Gogh viene infatti minimizzata o banalizzata da un approccio a tratti superficiale, che lo dipinge come lo stereotipo dell’artista psicolabile, di genio e sregolatezza: “Dipingo per smettere di pensare”, spiega al dott. Gachet (Mathieu Amalric) mentre posa per il suo ritratto. Un pensiero che, così decontestualizzato, perde di pregnanza e viene ridotta a frase fatta, senza indagarne ulteriormente le dinamiche.

Anna Bertoli e Mattia Migliarino