Voto

10

Sono passati sei anni da Modern Vampires of the City, terzo lavoro in studio con cui Koening e co. sancivano una rottura – pur non totale – con le melodie briose che li avevano caratterizzati fino a quel momento, in favore di toni più cupi. Con Father of the Bride i Vampire Weekend non solo riesumano il lato più vivace della loro musica, ma danno vita a un’opera incredibilmente dettagliata, destinata a diventare una pietra miliare del genere.

Diciotto tracce per neanche un’ora di durata: esclusa Harmony Hall, nessun altro brano supera i cinque minuti di durata. Niente di inconsueto, se solo ogni traccia non fosse un’epopea di cambi di ritmo, tonalità e sonorità. L’alternanza tra sweep-picking, linee di basso jazz, fraseggi country e strizzate d’occhio all’hip-hop è continua e naturale durante tutta la durata del disco, contribuendo a rendere l’ascolto di ogni brano indispensabile per l’ascoltatore.

Tra frustrazione e ironia californiana, la formazione newyorkese realizza il suo Pet Sounds, confermando che, se qualcuno fosse destinato a raccogliere l’eredità dei Beach Boys, questi non potrebbero essere che i Vampire Weekend.

Christopher Lobraico