Voto

5

Uno scrittore da poco reduce da un divorzio si reca nel Monument Valley Tribal per scrivere quello che si annuncia come il suo romanzo della vita. Dopo undici minuti di campi lunghi, la prima battuta del film: “Ma cosa stai facendo?”. Ed è quello che ci chiediamo anche noi per tutte le due ore di girato. Valley of the Gods, l’ultima fatica visionaria di Lech Majewski, sembra un tentativo simile a quello di Malick con Song to Song e Knight of Cups.

Film ambizioso e ricco di spunti, strade tematiche e indicazioni suggestive, Valley of the Gods scivola in una metafisica onnisciente e invasiva che trasforma la visione in un milkshake inconcludente – probabilmente anche per il fatto che, a causa delle normative Covid, Majewski si è trovato a fare tutto da solo, regista, sceneggiatore, produttore, autore della fotografia, montatore. L’immagine confonde, allarga e depotenzia la parola, rispondendo a un’esigenza estetizzante fine a se stessa, rendendo l’immagine indecifrabile.

Nonostante le premesse e le intenzioni di quello che sarebbe potuto essere uno stimolante esercizio spirituale, Majewski finisce per masturbarsi con la sua stessa estetica, risultando nient’altro che respingente.

Davide Spinelli