Voto

4

Uno scrittore reduce da un divorzio si reca nel Monument Valley Tribal per scrivere il romanzo della vita. Dopo undici minuti di campi lunghi, la prima battuta del film: “Ma cosa stai facendo?”. È quello che ci chiediamo anche noi per tutte le due ore di girato. Valley of the Gods, l’ultima fatica visionaria di Lech Majewski, sembra un tentativo simile a quello di Malick con Song to Song e Knight of Cups.

Film ambizioso e ricco di spunti, strade tematiche e indicazioni suggestive, Valley of the Gods scivola in una metafisica onnisciente e invasiva che trasforma la visione in un milkshake inconcludente – anche per il fatto che, causa Covid, Majewski ha fatto tutto da solo, regista, sceneggiatore, produttore, autore della fotografia, montatore. L’immagine confonde, allarga e depotenzia la parola, rispondendo a un’esigenza estetizzante fine a se stessa; l’immagine è indecifrabile.

Nonostante le premesse e le intenzioni di quello che sarebbe potuto essere uno stimolante esercizio spirituale, Majewski finisce per masturbarsi con la sua stessa estetica.

Davide Spinelli