MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso i film (in Cartellone o a noleggio); il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti; il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri; i Focus; gli Speciali; le Retrospettive. Fondato nel 2007, è disponibile in Italia dal 2013 e in altri 200 paesi. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Orientarsi in questo database sterminato non è facile, così ogni mese vi consigliamo una lista di titoli selezionati dalla nostra redazione. Per giugno abbiamo selezionato 6 film che rispecchiano lo stato emotivo in cui ci troviamo in questa fase 2: dopo aver trascorso tre mesi rinchiusi nelle nostre case, ora dobbiamo piano piano tornare alla vita, ma a una vita completamente diversa da quella di prima, con la quale dobbiamo trovare nuovi equilibri, incastri e routine. Film profondamente umani, attraversati da uno strazio che si concretizza in modalità, generi e stili diversi; per culminare in un film tristemente attualissimo sui bias razziali insiti nella società americana, ma anche nella nostra.

MS Slavic 7, Sofia Bohdanowicz e Deragh Campbell, Canada, 2019 (4 giugno)

La canadese Sofia Bohdanowicz è l’astro nascente del sottobosco indipendente. La sua ricerca stilistica si basa sull’unione dell’estetica del documentario a quella della finzione, trasferendo nelle sue opere gli eventi autobiografici da cui trae spunto e che plasma secondo le esigenze narrative. MS Slavic 7 racconta il rapporto tormentato tra la poetessa Zofia Bohdanowiczowa, nonna della regista, e lo scrittore polacco Jozéf Wittlin a partire dalle lettere scritte dalla donna e conservate nella biblioteca dell’università di Harvard. Un’esplorazione del passato caratterizzata da uno sguardo oggettivo e distaccato, quasi filologico e archivistico, scarno e privo di velleità artistica, ma non per questo privo di empatia. Come nel cortometraggio Veslemøy’s Song, Bohdanowicz esce infatti dal recinto della fedeltà storica per dare spessore emotivo a personaggi e situazioni. Un ossimoro che distanzia MS Slavic 7 da molti home movie spesso troppo auto referenziali.

Post Tenebras Lux, Carlos Reygadas, Messico, 2012 (13 giugno)

L’ultima opera del regista messicano Carlos Reygadas, Nuestro tiempo, è ancora inedita in Italia, nonostante fosse in Concorso a Venezia nel 2019, e dubitiamo lo sarà mai; ma nel frattempo possiamo vedere la sua opera precedente, che nel 2012 vinse la Palma alla Miglior regia al Festival di Cannes. La vita di una famiglia che decide di trasferirsi in campagna abbandonando il caos della città viene sconvolta dall’ambiente inospitale in cui sono costretti a vivere. Parendo da questo esile soggetto, il film assume le sembianze di un poema visivo, indubbiamente ostico e, a volte, oscuro. Riprendendo film come Antichrist di Lars Von Trier o The Tree of Life di Terrence Malick, Reygadas mostra allo spettatore non solo l’immane bellezza della natura ma anche gli abissi più cupi della disperazione umana, in un caleidoscopio visivo senza fine. Post Tenebras Lux appartiene a una categoria di opere visive, come Climax di Gaspar Noé o Lo Specchio di Andrej Tarkovskij, che puntano tutto sull’esperienza, rifiutando le convenzioni del cinema narrativo. Per questo motivo il lavoro di Reygadas è volutamente polarizzante ma assolutamente imperdibile per il non trascurabile impatto che questo film ha generato non solo nel ristretto ambiente del cinema sperimentale ma anche in quello più generalista. Disponibile dal 13 giugno.  

Surf Nazis Must Die, Peter George, USA, 1987 (24 giugno)

Surf Nazis Must Die, come molte delle opere della scuderia della Troma, è diventato un cult dell’estetica camp. Dopo aver sventato una rapina, l’afroamericano Leroy viene ucciso dalla gang dei Surf Nazis, composta da surfisti bianchi di estrema destra. Spinta dal desiderio di vendetta, l’anziana madre di Leroy ha un solo obiettivo: uccidere dal primo all’ultimo tutti i membri della banda. Nell’opera di George emerge quel sentimento di divaricazione razziale così radicato nella società americana che esploderà in tutta la sua violenza nella Rivolta di Los Angeles del 1992 ed è visibile anche oggi forse più che mai. La forza e la sofferenza delle minoranze, anche se veicolate attraverso un umorismo e splatter, sono denunciate con efficacia, aprendo uno squarcio sui bias classisti e razzisti che il cinema americano mainstream ha da sempre veicolato.

Just Don’t Think I’ll Scream, Frank Beauvais, Francia, 2019 (25 giugno)

Frank Beauvais torna dopo un silenzio di 10 anni. Un periodo passato in un buco nero di depressione, isolato in un piccolo villaggio in Francia lontano da ogni contatto umano. Just Don’t Think I’ll Scream è il film-diario di questa esperienza, in cui il cinema diventa strumento di auto analisi per il regista, da un punto di vista artistico e personale. Aggrappandosi all’unica cosa che gli rimane, la cinefilia, costruisce una narrazione intima e straziante costituita esclusivamente da spezzoni di film su cui si innesta il suo flusso di coscienza come voce fuori campo – un’intuizione già realizzata dal cineasta canadese Guy Maddin, in particolare in The Green Fog. Lontano dal puro gioco di erudizione, la cinefilia permette all’artista annichilito, ormai incapace di creare immagini, di esprimere un dolore per troppo tempo represso, guidandolo alla catarsi.

A Russian Youth, Alexander Zolotukhin, Russia, 2019 (Videoteca)

Passato in sordina alla Berlinale, A Russian Youth è uno dei migliori esordi degli ultimi anni. Distaccandosi dalla tradizione cinematografica della Grande Guerra rifiutandone gli stereotipi, il regista affronta l’esperienza bellica attraverso il punto di vista di un giovanissimo soldato. Con una fotografia che riproduce in modo attento i filmati d’epoca, la regia esalta una narrazione naturalistica della vita al fronte, ponendo gli scontri e le azioni su un piano secondario. Perno della narrazione, il protagonista si affranca dalla dimensione individuale per farsi simbolo di un’intera generazione tradita dalle promesse di una nazione che sarebbe presto collassata. A fare da sfondo musicale le prove di un’orchestra per il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 di Rachmaninov. Un accostamento volutamente cacofonico che veicola una profonda riflessione sui sensi e la loro perdita in seguito a un’esperienza traumatica. Complesso e molto vicino alla visione di Sokurov, qui nelle vesti di produttore, A Russian Youth è un’opera magnifica, capace di unire sapientemente differenti piani sensoriali e temporali.

Destino Cieco, Krzysztof Kieślowski, Polonia, 1987 (Videoteca)

Kieślowski è conosciuto principalmente per la Trilogia dei Tre Colori (Film Blu, Film Bianco e Film Rosso) e per il Decalogo, che ancora oggi rimane uno dei capolavori indiscussi del piccolo schermo. Ma tutta la sua filmografia merita di essere approfondita: Destino Cieco segue l’esistenza di un uomo, Witek, dall’infanzia alla vita adulta, finché un incontro in stazione spezza la narrazione nelle tre possibili esistenze che avrebbe potuto vivere il protagonista nella Polonia sotto il regime comunista, come delle variazioni di un’unica esistenza, che scorrono parallele e dialogano continuamente, espandendo il mondo di Witek. Viene così ribaltata l’idea cara all’uomo moderno ma illusoria di poter avere il pieno controllo del proprio destino, insistendo sulla fallacia dell’individualismo e il fallimento del collettivismo, tanto nella vita matrimoniale, quanto nella politica, nelle istituzioni e nella lotta della resistenza. Sebbene ancora acerbe, sono già presenti tutti gli stilemi estetici e narrativi che ritroveremo nelle opere successive di Kieślowski.

Davide Rui