MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso i film (in Cartellone o a noleggio); il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti; il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri; i Focus; gli Speciali; le Retrospettive. Fondato nel 2007, è disponibile in Italia dal 2013 e in altri 200 paesi. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Orientarsi in questo database sterminato non è facile, così ogni mese vi consigliamo una lista di titoli selezionati dalla nostra redazioneDopo luglio, per agosto abbiamo selezionato 6 film che permettono di riflettere sulla potenza bivalente dell’immagine. Da un lato strumento di libera espressione, anche delle pulsioni più recondite, al di là dei tabù imposti dalla società. Dall’altro, nelle mani sbagliate, l’immagine può diventare un’arma per creare falsi miti e sentimenti, manipolando la percezione dello spettatore.

Maîtresse, Barbet Schroeder, Francia, 1976 (8 agosto)

Barbet Schroeder è stato una figura chiave del cinema francese successivo alla Nouvelle Vague, produttore dei lavori di Rohmer, Fassbinder e Rivette e autore di alcuni dei film simbolo della sottocultura del Sessantotto. Eppure, ancora oggi rimane un regista poco considerato dalla critica e misconosciuto dal pubblico. Maîtresse nello specifico tematizza il BDSM, eliminando ogni forma di moralismo e di glamourizzazione visiva tipica del cinema mainstream. L’universo del sadomasochismo viene rappresentato in modo estremamente realistico, tanto che il film venne bannato in Inghilterra e negli Stati Uniti ne fu ridotta la circolazione. In un vortice di passione e desiderio crescenti, il mondo nascosto del piacere si scontra con il mondo di apparenze della borghesia, decostruendo i ruoli romantici prestabiliti del cinema tradizionale. Maîtresse si pose così come modello per i film successivi che affrontarono il tema, come Dogs Don’t Wear Pants (J.-P. Valkeapää, 2019). Per approfondire la conoscenza dell’opera di Schroeder vi segnaliamo anche General Idi Amin Dada: A Self Portrait, già presente sulla piattaforme, e altri due film che usciranno nel corso di agosto: Koko, il gorilla che parla (1978) e Cheaters (1984).

The Tree House, Minh Quý Trương, Vietnam, 2019 (12 agosto) 

Film vietnamita completamente fuori dagli schemi, realizzato con pochi mezzi e a bassissimo budget, The Tree House è ambientato in un futuro lontano e indefinito, dove un regista proveniente da Marte giunge sulla Terra per poterla vedere e descrivere nei suoi film. La trama non è che un espediente narrativo per raccontare di un paese, il Vietnam, in piena trasformazione negli ultimi anni. Masse di persone provenienti da contesti rurali si stanno spostando, integrandosi nelle grandi città, dove scoprono per la prima volta comodità prima impensabili. Tra diario visivo, cinema etnografico e racconto sperimentale, Minh Quý Trương, alla sua seconda opera, realizza un collage fatto di immagini ipnotizzanti in 16 mm, accompagnate da una voce narrante che analizza il presente guardano al futuro. Per certi aspetti, il film ricorda i lavori di Chris Marker e Agnès Varda, maestri nell’unione di finzione e documentario.

L’ultima risata, F. W. Murnau, Germania, 1924 (15 agosto)

L’ultima risata è uno dei migliori esempi del Kammerspiel cinematografico, ancora oggi insuperato. Dopo anni di servizio, un portiere senza nome di un albergo di lusso viene allontanato dagli ambienti più ricchi dello stabile, per via del suo aspetto trasandato, e relegato alla sorveglianza dei gabinetti, nel luogo più remoto e degradato della struttura. Quella tracciata da Murnau è la parabola prima discendente di un uomo in decadenza non solo professionalmente ma anche psicologicamente, che si rende conto di non essere più indispensabile; e da questa disillusione si innescherà il tentativo di riscatto e la risalita, fino a un lieto fine imposto dalla produzione. La tragedia di un uomo come tanti, ben riassume il contesto sociale e politico della Germania del primo dopoguerra: completamente frammentata e divelta dalle lotte interne tra i più poveri. Un conflitto di classe che emerge anche dall’architettura del set, che diventa un elemento chiave della narrazione, proprio come in Parasite: alle sale da ballo luccicanti degli aristocratici si contrappongono i bagni, simbolo di un proletariato stanco e disperato. Le stesse istanze sociali dell’epoca verranno espresse attraverso la scenografia anche nel capolavoro di Fritz Lang, Metropolis, in cui gli operai vivono in un oscuro mondo sotterraneo mentre i ricchi hanno il privilegio di vedere la luce sole. Una divisione che preannuncia l’oscura stagione politica che stava incombendo sulla Germania, e sul mondo intero.

Antigone, Danièle Huillet e Jean Marie Straub, Germania, 1992 (Videoteca)

Antigone è l’opera di Sofocle più conosciuta e maggiormente trasposta sul grande schermo per via della sua predisposizione a venire interpretata nel corso dei secoli, a seconda delle istanze del momento. Dalla lettura romantica, lontanissima dal testo originale, in cui Antigone è il prototipo dell’eroina femminista, all’interpretazione storica contemporanea. La coppia di registi sperimentali Danièle Huillet e Jean Marie Straub rielabora la tragedia a partire da un adattamento di Brecht, che spostava l’opera in un contesto bellico moderno, seguendone fedelmente i ritmi e i dettami della messa in scena classica e usando come palcoscenico il teatro greco di Segesta.

The Invincibles (Director’s cut), Dominik Graf, Germania, 1994 (Videoteca)

Gli anni Novanta hanno visto spopolare i film d’azione macisti, in cui tutto ruota attorno all’attore protagonista e alla sua credibilità come eroe americano. Non stupisce, quindi, che un’opera come The Invincibles sia stata un colossale fallimento commerciale. Nonostante la campagna pubblicitaria la sponsorizzò come la risposta tedesca all’action oltreoceano, il film di Graf non si limitò alla ripetizione di quegli stessi elementi narrativi, ormai vecchi e stantii, ma li sfruttò per denunciare la corruzione degli organi di polizia – un tema bollente ancora oggi, che è stato recentemente nell’occhio dell’opinione pubblica tedesca e italiana. Una grande differenza rispetto ai film con Stallone, infatti, è l’assoluta mancanza della figura archetipica dell’eroe buono e onesto. Tutti i personaggi, protagonista incluso, vengono descritti come figure oscure, ai margini della società, custodi di verità nascoste e misteriose, che agiscono con violenza, al di là degli organi di controllo. La società militare descritta dal film risulta composta esclusivamente da criminali, che a loro volta inseguono altri criminali.

Revue, Sergei Loznitsa, Russia, 2008 (Videoteca)

Sergey Loznitsa, contemporaneamente regista di finzione e grande documentarista, è impegnato da oltre dieci anni nel raccogliere, restaurare e montare frammenti di materiali d’archivio risalenti all’URSS, al fine di ricostruire e studiare la cultura visuale del periodo. Le immagini, prive di alcun commento sonoro, parlano direttamente allo spettatore, al quale viene lasciato il compito di trarre le proprie conclusioni. Su questa stessa linea, il regista ha realizzato State Funeral (2019), con i filmati realizzati in occasione della morte di Stalin, e The Trial (2018), focalizzato sui processi farlocchi inscenati per incarcerare gli intellettuali durante il regime. Revue, invece, rielabora i filmati di propaganda che esaltavano il regime e le sue origini, in un tentativo deliberato di deformare la realtà, così da offrire ai cittadini un presente fittizio in cui credere. Questa macchina del potere attraverso l’immagine riuscì nella sua impresa, ma negli anni successivi alla caduta del regime fu smascherata, provocando una crisi di valori che ha portato alla completa distruzione di un mondo mitico e perfetto che in realtà non era mai neanche esistito. Per questo non c’è da stupirsi se oggi le nuove generazioni sono cresciute in un clima di generale disillusione nei confronti della produzione musicale e cinematografica.

Davide Rui