Voto

7

Dopo la mite accoglienza riservata a Unfriended (2014), uscito a pochi mesi di distanza da un altro thriller a sfondo informatico (The Den, Zachary Donohue, USA, 2013), il nuovo capitolo della saga continua nella intricata narrazione a sfondo slasher. Quando Matias si rende conto di aver rubato un portatile tanto potente quanto potenzialmente letale per via del suo proprietario, una spirale di violenza travolge lui e gli amici con cui è connesso in una chat di gruppo, ignari di essere tutti sotto osservazione. Ecco che inizia una corsa contro il tempo per salvarsi.

Fin dalle sequenze iniziali il film trasmette una claustrofobia asfissiante, che rende impossibile staccagli gli occhi dallo schermo (del cinema, certo, ma soprattutto del device inquadrato). L’incipit in medias res replica l’operazione di log-in che effettuiamo quotidianamente per accedere a tutta quella serie di piattaforme online. Riconoscendoci, ci sentiamo anche noi vittime non tanto di un nemico umano, ma di un macro-dispositivo tecnocratico dai poteri totalizzanti, che nasconde, tra miriadi di finestre e cartelle, segreti inconfessabili.

Ma nel momento in cui la sceneggiatura tenta di terrorizzare lo spettatore tramite trappole mortali in stile Saw (in versione soft), il film perde il suo smalto: i sadici hacker vengono rappresentati come i soliti antagonisti onniscienti, anche oltre le realistiche possibilità di un esperto cibernauta, con le vite di moltissime persone a portata di click.

Federico Squillacioti