Voto

6.5

Rappresentare in un romanzo l’arco vitale di una persona dal risveglio del cuore alla vecchiaia è un’operazione complessa; racchiudere una simile storia nello spazio limitato di un lungometraggio senza comprometterne le strategie compositive e la godibilità è un’impresa. Nonostante ciò, Stephane Brizé riesce a ricalcare fedelmente il canovaccio del romanzo di Maupassant giocando come un funambolo con il tempo, dimensione che viene deformata tra contrazione e dilatazione, in un ritmo a singhiozzo che ben si adatta alla struttura episodica di base e riesce a rompere la fissità di una pellicola altrimenti troppo statica.

Il ritmo interiore della mente di Jeanne (Judith Chemla), protagonista assoluta, balza in primo piano grazie a una regia non convenzionale, impegnata nell’impiego di una macchina a mano che produce inquadrature volutamente sporche, non rinunciando a un gioco virtuoso e straziante tra la profondità di campo lasciata ai personaggi nei momenti di gioia e la claustrofobica vicinanza negli istanti più tragici. Interessante è anche la scansione che divide ancor più nettamente i rari ricordi di felicità di Jeanne, rappresentati alla luce del sole e le memorie più cupe e frequenti, che occorrono avvolte dalla notte o in chiusi scenari casalinghi.

Une vie è un melodramma straziante, ravvivato dalla buona mano di Brizé e solo in parte penalizzato dalla difficoltà di adattare un feuilleton alla dimensione cinematografica.

Ambrogio Arienti