Voto

7.5

Undine è il titolo di un racconto del 1811 di Friedrich de la Motte Fouqué, che narra la storia di una Ondina o Undina, una misteriosa creatura leggendaria acquatica appartenente alla tradizione folkloristica europea, nello specifico della Germania. Nella mitologia sono rappresentate come donne bellissime, spesso con la coda di pesce e con una voce ammaliante, attraverso la quale possono attrarre gli uomini e, a seconda che abbiano una natura malvagia o benevola, farli persino annegare. Per intenderci, sono simili alle sirene greche, ma, come le ninfe e le fate, abitano fiumi, cascate, foreste e laghi, invece dei mari. La loro caratteristica principale è il fatto di non avere un’anima, quindi di non poter accedere al Paradiso dopo la morte, a meno che non sposino un uomo mortale e procreino.

La storia della Sirenetta, di cui conosciamo la versione Disney, arriva proprio da questo mito, e nello specifico dal racconto tragico del 1811. Quella Undine è la figlia del Re del Mare, che abbandona il suo mondo per cercare un amore umano e terrestre che le permetterà di ottenere un’anima immortale. Lo troverà nel cavaliere Huldbrand von Ringstetten, che le giura amore eterno pur conoscendo la sua vera natura. Ma il matrimonio ha una clausola: se Undine subirà un torto da Huldbrand, dovrà tornare nel mare per sempre e lui dovrà morire, e per mano di Undine.

Ecco, è da qui che arriva anche lo spunto di Undine, l’ultimo film di Christian Petzold con cui Paula Beer si è portata a casa l’Orso alla migliore attrice protagonista alla Berlinale 2020. Petzold, però, decide di riscrivere il mito ribaltando le dinamiche di genere. La Undine mitologica e la Undine filmica aspettano che arrivi il prossimo uomo a donare loro un’anima, a riempire il vuoto lasciato dal precedente, condannate a essere ridotte – la prima per natura, la seconda per condizionamento sociale patriarcale – a esistere solo attraverso gli uomini. Ma l’Undine di Petzold si ribella a questa dinamica, decide di non farsi scegliere ma di scegliere, di sottrarsi allo schema del fast-love, delle storie d’amore usa e getta, di interrompere il ciclo.

Il film si apre in medias res, con Undine che viene lasciata dal fidanzato per un’altra donna: “Se mi lasci, dovrò ucciderti”, afferma lapidaria, creando subito un parallelismo tra lei e la Sirenetta e innestando immediatamente nel film la dimensione mitologica, fiabesca, surreale. Ma lei, invece di cantare, parla in modo ammaliante, in quanto storica freelance che lavora come guida al Märkisches Museum di Berlino: parla della storia architettonica della città, della sua distruzione, della sua ricostruzione, delle sue crepe e fratture, delle sue separazioni e riunificazioni, divisa tra la complessa elaborazione di una memoria traumatica e la tendenza a un progresso moderno. Il ciclo della storia è come il ciclo degli amori: si ripetono seguendo circoli viziosi, loop di pattern forse impossibili da infrangere, di pieni che vanno a colmare i vuoti lasciati dal tempo, di morti e rinascite, di ricordi, memorie, cicatrici, traumi, creando stratificazioni nelle città e calcificazioni nei cuori.

E così il ciclo della vita amorosa delle Undine, inclusa questa Undine, in bilico tra desiderio e vendetta. Da quotidiano con punte surreali il film si fa sempre più rarefatto, si abbandona all’euforia dell’innamoramento e alla metafora del mito, in un turbinio di sovrapposizioni di piani spazio-temporali e immaginifici, inoltrandosi nelle profondità degli abissi lacustri e delle emozioni dell’anima finalmente trovata da Undine, mentre la dimensione terrestre si allontana e si assottiglia, fino quasi a scomparire.

Benedetta Pini