Voto

Presentato in concorso ufficiale al 74° Festival di Cannes, Una vita in fuga (titolo originale Flag Day, in riferimento al Giorno della Bandiera celebrato in America) è il nuovo film diretto da Sean Penn, che torna dietro la macchina da presa dopo 5 anni da Il tuo ultimo sguardo (The Last Face, 2016) e ben 14 anni dal suo più famoso progetto da regista, Into the Wild (2007). Il nuovo lavoro, basato sul libro di memorie Flim-Flam Man: The True Story Of My Father’s Counterfeit Life, racconta la storia vera di John Vogel, rapinatore di banche e falsario ricercato dai federali e alle prese con le difficoltà del rapporto con la figlia Jennifer: una vicenda alla quale Penn si è sentito molto vicino, tanto da portare anche sul set un vero rapporto famigliare, affidando il ruolo di Jennifer a sua figlia Dylan Penn e a se stesso quello del protagonista.

Il fulcro di tutto il film è proprio il rapporto complesso tra un padre assente e bugiardo cronico e una figlia legata in modo tossico alla figura genitoriale, che tenta in ogni modo a ricucire il rapporto anche dopo essere stata abbandonata insieme al fratellino e alla madre. In questo senso, un altro tema centrale è quello del cambiamento personale, nel tentativo di diventare la versione migliore di sé, un percorso che il film dimostra, con commovente cinismo, essere difficile e per niente scontato, spesso destinato al fallimento.

Immerso in un’atmosfera vintage, il film sembra provenire da un’altra epoca, non solo per l’ambientazione temporale che si sviluppa dagli anni ’70 ai primi anni ’90, e neanche solo per la scelta di usare una voce fuori campo – quella della figlia – per aggiungere dettagli sul protagonista, ma soprattutto per l’originale scelta di girare l’intero lungometraggio in pellicola 16 mm. Un artificio registico che infonde alle immagini una grana spessa e affascinante che esprime tutta la purezza del cinema. Complice anche la regia personale e autoriale, a tratti quasi documentaristica per certi movimenti di macchina e per l’abilità di ricreare scene familiari come se fossero ricordi impressi su pellicola. A questi particolari si aggiunge infine una colonna sonora molto evocativa – composta da canzoni originali firmate da Cat Power, Glen Hansard e Eddie Vedder, oltre ad alcuni brani classici di Chopin –, che rende il progetto empatico e coinvolgente.

Kevin Cella