Reduce dalla regia del pluripremiato Appena apro gli occhi – Canto per la libertà, la cineasta tunisina Leyla Bouzid presenta il suo secondo lungometraggio in anteprima alla 60° Semaine de la Critique del 74° Festival di Cannes: Una storia d’amore e di desiderio. Una parabola che racconta proprio quello che promette, esplorando la passione amorosa nelle sue molteplici sfaccettature – l’amore puro, platonico, e la passione sensuale, carnale. Attraverso gli occhi di un ragazzo di origini algerine, Ahmed (Sami OutalbaliSex Education), estraneo alla cultura occidentale in cui si trova a vivere, in una Parigi sporca e fatiscente quanto multietnica e sensuale, la regista rivede con originalità e freschezza il tema tanto sfruttato del primo amore. Una favola intima e struggente quanto colta e raffinata che narra le ansie, le incertezze e la negazione del piacere sessuale e degli istinti più carnali. Bouzid ribalta i ruoli di genere consueti, laddove non è più il corpo femminile a venire strumentalizzato, ma quello maschile, fortemente sessualizzato, tanto da essere visto come un vero e proprio oggetto di piacere.

“Volevo raccontare la storia di un giovane uomo che fatica a vivere con pienezza un sentimento d’amore”, ha dichiarato Leyla Bouzid alla presentazione del film. “Ahmed è letteralmente sovrastato dal desiderio, ma cerca in tutti i modi di resistergli. È un ragazzo di cultura araba, perché è la cultura che conosco meglio, ed è pieno di dubbi, fragilità, difficoltà ad accettare i suoi slanci vitali. Sentivo questa necessità di esplorare la vita intima di Ahmed, filmare la sua parte di mistero, e cercare di comprenderla. La sua resistenza mi sembrava risuonare particolarmente in questo territorio periferico, in cui il sentimento amoroso è spesso attraversato da non detti. In un contesto in cui domina l’immagine di una virilità esacerbata, ho voluto dare uno spazio autentico alla fragilità maschile e accordare una parte significativa alla sua sessualità.” 

Nell’esplorare l’intimità dell’amore platonico la regista tesse una storia lieve e struggente, in cui la passione assume i connotati tipici di un romanzo di Jane Austen, intrisa di piccoli gesti, sguardi e allusivi silenzi, in cui ogni sentimento trae la propria forza dallq fatale incompiutezza. Attraverso un racconto dalla forte matrice letteraria, la regista indaga il confine sottile che separa amore platonico e amore carnale, confine che spesso coincide con il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Intima ricerca di un giovane uomo alla scoperta della propria sessualità, di una virilità rinnegata che tende a rifuggire con tutto se stesso, non adattandosi ai crismi di una società occidentale che lo ha accolto con riserbo, Ahmed cerca un lessico amoroso in quella cultura e quella lingua arabe a lui sconosciute ma a cui sente di appartenere. Scoperta della parola e scoperta del desiderio vanno quindi di pari passo in questo film, in cui letteratura e vita si riuniscono e si contaminano.

È proprio scoprendo la letteratura araba erotica di cui ignorava l’esistenza, la ricca letteratura araba dell’età dell’oro, quella dove “inebriati di vino e abbracci” uomini e donne vivevano liberi la propria sessualità senza remore, che Ahmed si innamora di Farah (Zbeida Belhajamor), ma, sebbene sopraffatto dal desiderio, cerca di opporvi resistenza, rifiutandone anche il lessico. Simbolo di una mascolinità fragile e non tossica, Ahmed coltiva la riservatezza come un culto, forse l’unica vera eredità trasmessagli dalla famiglia, in primis dal padre sconfitto e a tratti inadeguato. I dubbi che incontra il suo animo acerbo di giovane poeta lo portano a scavare nel passato della cultura araba, quella della sua famiglia, di una terra lasciata e rinnegata, nel tentativo di dare parola e forma, e forse giustificazione, a tesideri assillanti e temuti

Lo studio della letteratura araba costituisce per il protagonista l’occasione di avviare una ricerca identitaria nella quale collimano il riconoscimento all’interno di un sistema culturale e la possibilità di emanciparsi dal ruolo che gli altri hanno deciso per lui, una società francese fortemente occidentalizzata da una parte, una comunità magrebina attaccata alle proprie radici culturali dall’altra. Solamente nelle ceneri di un passato apparentemente estinto, sopravvissuto tra le pagine di libri ancora intonsi, Ahmed ritrova  il proprio sentire. Così la sua resa diviene catartica, liberatoria accettazione di sé: alla fine della storia, Ahmed impara che l’amore, anche quello più puro, non è “costretto a rimanere platonico” per “fondersi con il divino”, ma trova nella sua esplicazione fisica la massima espressione.

Anna Chiari