Premiato a Berlino per la miglior sceneggiatura e interpretazione, Una mamma contro G.W. Bush (al cinema dal 1 dicembre 2022) è la dramedy di Andreas Dresen che esplora la storia vera di Rabiye Kurnaz, casalinga tedesca di origine turca, e la sua odissea di 5 anni per ricongiungersi al figlio Murat, ingiustamente trattenuto nella base militare americana di Guantanamo dopo gli eventi dell’11 settembre. Con l’aiuto dell’avvocato Dorke (Alexander Scheer), la donna porterà avanti una serrata battaglia legale che la condurrà fino al confronto con la Corte Suprema, conquistando l’opinione pubblica e l’attenzione delle istituzioni.

Motore del film il carisma travolgente di Rabiye – magistralmente interpretata da Meltem Kaptam -, una madre immersa freneticamente nella vita ordinaria di paese, alle prese con faccende, figli e allenamenti fitness portati a termine controvoglia. L’epicentro della vita di Rabiye comincia a fremere con l’allontanamento del figlio maggiore Murat, che si reca in Pakistan per studiare il Corano intraprendendo un viaggio che lo allontanerà dalla famiglia per più del previsto. È nelle serie di sfortunate circostanze che seguono, che impariamo a conoscere Rabiye, caparbia e premurosa, insistente e mai arrendevole, profonda quanto briosa. E mentre i mesi e gli anni scorrono sullo schermo da ottobre 2001, non smettiamo neanche per un istante di credere nella sua battaglia, solo apparentemente troppo grande per lei.

L’esuberanza, la provinciale semplicità e l’idealismo di Rabiye si intersecano progressivamente al pragmatismo e alla riservatezza del riservato avvocato Docke, trascinato in prima linea fino ai gradini del Campidoglio. Il procuratore tedesco è solo il primo degli alleati che la signora Kurnaz si procurerà nella difesa del figlio, accusato di essere vicino ai talebani e al regime di Al-Qaeda e per questo internato nel campo cubano di Guantanamo, “terra di nessuno”. Docke si lascerà coinvolgere e conquistare dalla signora Kurnaz, difendendo per la prima volta un uomo che non ha mai incontrato e richiedendo assistenza alla Corte Suprema, finchè Rabiye non riuscirà a fare causa contro il presidente Bush e ottenere il rilascio del figlio.

La drammaticità degli eventi che si susseguono non scalfisce la natura della signora Kurnaz, sempre riconoscibile nell’amore per le guide veloci e spericolate in auto, i proverbi di famiglia e i bicchieri di Coca-Cola invece dello champagne. Nell’intricato percorso verso il figlio Rabiye, lei resta ancorata all’ordinarietà di quella vita che cerca di riprendersi, e sono proprio la sua ingenua sfrontatezza e l’urgenza della disperazione a renderla il manifesto di una battaglia personale che diventa universale. Il film getta infatti un faro sulla sempre attuale questione dei diritti umani e dell’indifferenza delle istituzioni. L’angoscia degli eventi risulta perfettamente stemperata dai momenti di leggerezza e dall’humour di una donna che impara presto, e a sue spese, l’importanza di cambiare le regole per non soccombere a un gioco troppo spesso ingiusto.

Chiara De Matteis