Voto

6

A dieci anni di distanza da The Code (Stati Uniti, 2009), Mimi Leder torna dietro la macchina da presa per raccontare una storia che era urgente portare all’attenzione del grande pubblico, oggi più che mai. Ruth Ginsburg (Felicity Jones) è una delle pochissime donne ammesse alla facoltà di Giurisprudenza a Harvard, è sposata con Martin (Armie Hammer) e pochi anni dopo la laurea sarà mamma. Vuole diventare un’avvocata, ma proprio la sua condizione sociale – di donna, madre e moglie – costituisce un ostacolo alla realizzazione di questo sogno. È così che inizia a dedicare la sua vita alla battaglia per tutelare e affermare i dritti delle donne e per contrastare le discriminazioni di genere; un percorso duro e faticoso che nel 1993 la porterà a diventare Giudice della Corte Suprema.

La regista americana affida il volto della Ginsburg a Felicity Jones (La Teoria del tutto, James Marsh, Regno Unito, 2014), cucendole addosso una pellicola innervata da un montaggio ellittico e ricca di potenzialità, ma la carica del film rimane imprigionata in una rappresentazione eccessivamente canonica. Se da un lato la regia si mostra attenta allo sguardo della Ginsburg e funzionale a una narrazione incentrata anzitutto sulla parola, dall’altro i caratteri del legal movie diventano sterili all’interno di una sceneggiatura (Daniel Stiepleman) eccessivamente impressionistica e disancorata, per esempio, dalla concretezza processuale. In questo senso gli schemi fissi del genere prendono il sopravvento, rischiando ripetutamente di impoverire l’intero film.

Davide Spinelli