Voto

7.5

In un’epoca come la nostra, di grandi rivolgimenti e altrettanto grandi opposizioni, emergono le contraddizioni di una società che si professa moderna ma si rivela violentemente conservatrice, incapace di accettare i mutamenti che la attraversano. Marina Vidal (Daniela Vega), donna transgender ancora in fase di passaggio fisico e giuridico, disturba questa società perbenista, in particolare la famiglia del suo compagno, scomparso all’improvviso mentre si trovava insieme a lei. L’odio, il risentimento e la necessità di trovare un capro espiatorio di una morte immotivata si scagliano brutalmente su Marina, considerata una mera “perversione”, un corpo estraneo che come l’Elephant Man di David Lynch terrorizza e mette in crisi, in quanto rifugge ogni definizione, e attira su di sé la violenta frustrazione di chi necessita di “normalizzare” e catalogare l’intero mondo.

La macchina da presa di Sebástiao Lelio si fa carico della fluidità di Marina fin dalle cascate di Ignazú (Brasile) dei titoli di testa, plasmando luci e angolazioni sul corpo mutevole della protagonista, soffermandosi continuamente – forse un po’ troppo – su superfici riflettenti e raddoppianti e raggiungendo l’apoteosi estetica nella sequenza della sauna, dove l’ambiguità di Marina, da sempre fonte di disagio esistenziale, si trasforma in un vantaggio. Funzionale al racconto, la regia si concede esaltazioni liriche della città mentre pedina Marina, che con un passo veloce e irrequieto attraversa una Santiago altrettanto mutevole, tutta lustrini e glamour di notte e uffici e vetrate di giorno. L’antinaturalismo della regia veicola l’interiorità di Marina e ne esterna il sentire con una purezza tanto cruda quanto commovente, rifuggendo un realismo eccessivo che avrebbe privato di sfumature la confezione estetico-formale.

Alla regia estetizzante si contrappone una scrittura naturalistica, mai urlata né isterica, che rifugge i cliché, non esita a soffermarsi sugli aspetti più sgradevoli e conferisce peso alle micro espressioni del viso, agli sguardi, alle reticenze e alle reazioni stoiche di chi non ha più voglia di sprecare fiato per giustificare la propria presenza nel mondo, di chi si piega ma non si spezza (come simboleggia la grandiosa scena di Marina che lotta contro il vento).

Ma Una donna fantastica è anche un film sul vuoto che rimane dopo la perdita di una persona cara, fonte di protezione e sicurezza. Ora Marina deve farcela da sola, deve lottare da sola per il riconoscimento della propria dignità di essere umano.

Benedetta Pini

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