Voto

5

Ingiustizie sociali, burocrazia sporca, malasanità e inefficienza governativa: sono questi gli aspetti scelti dal regista uruguayano Rodrigo Plà per raccontare il Paese che l’ha adottato e in cui vive ormai da molti anni, il Messico.

In linea con la lotta dell’individuo allo stato burocrate e corrotto con cui Ken Loach ha trionfato alla scorsa edizione del Festival di Cannes (Io, Daniel Blake, Regno Unito/Francia, 2016), Un mostro dalle mille teste racconta le azioni disperate di una donna logorata da una macchina sociale spietata e disfunzionale. La narrazione è vorticosa – considerando anche la durata complessiva del film di 75 min – e gli eventi si succedono rapidi e saettanti. L’uso prepotente del fuori campo e di inquadrature fuori fuoco, inoltre, insiste sul disordine e sulla tensione di una situazione estrema. Diverse voice over intervengono a ricostruire la memoria dei fatti accaduti, fungendo da mediazioni soggettive che gettano ambiguità su possibili falsificazioni o alterazioni della materia narrata, rendendola sempre più nebulosa.

Non è chiaro se il costante distacco emotivo sia qui programmatico ma, nonostante la disperazione messa in scena, Plà non riesce a entrare davvero in contatto con lo spettatore e la protagonista non suscita empatia né compassione. Proprio come il governo messicano – il “mostro dalle mille teste” cui fa riferimento il titolo – la pellicola si rivela inafferrabile, sfuggente e acentrica; manca un centro direttivo che regoli e gerarchizzi la materia narrata.

Giorgia Maestri