Parigi, arte, amore e musica: questo sono gli ingredienti del favoloso mondo di Un americano a Parigi, musical hollywoodiano che debutta nel 1951 e vince ben sei premi Oscar, tra cui Miglior film e Miglior sceneggiatura, conquistando il pubblico e costringendo la critica a una lode unanime. Saranno la nostalgia del cinema come macchina dei sogni, sarà la bellezza delle forme se a più di sessant’anni di distanza Un americano a Parigi ritorna fresco di restauro nelle sale italiane grazie alla BiM distribuzione di Valerio De Paolis.

Questa fortunata pellicola fece di Vincente Minnelli uno dei grandi del genere, portando il cinema a un nuovo livello di spettacolo targato Metro-Goldwyn-Mayer. Inno all’America, all’americanità e ai suoi valori incarnati dal protagonista Gene Kelly, che nella Ville bohémienne sfoggia tutto lo spirito americano aggressivo, sfacciato, brillante, carismatico e spensierato, Un americano a Parigi viene amato dal pubblico americano appena uscito dalla guerra, che non poteva non apprezzare un prodotto leggero, piacevole e ben confezionato. La storia è infatti semplice e propone i topoi classici dell’amore, degli equivoci e dell’happy ending in una Parigi da cartolina i cui rimandi estetici rendono omaggio ai grandi pittori impressionisti del XIX secolo. Ed è proprio l’atmosfera parigina lo sfondo perfetto per un turbinio di scenografie colorate e contagiose, che catturano lo spettatore grazie a un montaggio accurato di storia, canto e ballo.

1951unamericanoaparigipic

Imprevisti a parte, la scarna sinossi è colma di performance di qualità, sulle note dei compositori statunitensi George e Ira Gershwin. Simpatica la sequenza per le strade della città, I Got Rhythm, con Jerry/Gene che canta e balla insieme a tutti i bambini del vicinato; più romantica Our Love Is Here to Stay; stravagante e singolare I’ll Build a Stairway to Paradise.

Se, però, la giovane esordiente Lise/Leslie regala al pubblico una prestazione di qualità più che discreta, i personaggi secondari risultano meno definiti ed empatici, privi di spessore psicologico e profondità, ad esempio l’amico pianista Adam (Oscar Levant) e Milo (Nina Foch). È Gene Kelly la vera star, che alza notevolmente il livello grazie al suo talento, al sua carisma, alla sua joie de vivre, anche se, probabilmente, la sua miglior versione è quella delle storiche e indimenticabili sequenze di Singin’ in the Rain, divenuto celebre negli anni d’oro del musical americano.

L’incalzante sequenza finale è quella più riuscita: si assiste a una carrellata di ben 17 minuti di musica e acrobazie esagerate, che diventa sempre più spettacolare e sgargiante; mentre i due innamorati che sullo sfondo si cercano, si rincorrono e finalmente si trovano sono un generoso tributo a Toulouse-Lautrec, Renoir e Monet. Morale della favola (di Broadway): “Solo chi ama si gode veramente la vita”.

Vittoria Leardini