Voto

7

Ci sono temi piuttosto complicati da affrontare in modo innovativo: tra questi, la violenza sessuale è uno dei più disturbanti. In un sistema sociale che cerca una divisione netta tra giusto e sbagliato, si tende da un lato a giustificare il colpevole in una dissimulazione della realtà che capovolge i ruoli e attribuisce responsabilità infondate alla vittima, dall’altro a colpevolizzare eccessivamente il “carnefice”, privandolo della possibilità di una riabilitazione successiva. Un altro me di Claudio Casazza fornisce uno sguardo ampio sul tema, senza prendere una posizione che scada in pregiudizi e stereotipi ma avvicinandosi al mondo dei colpevoli con la consapevolezza che dietro un simile reato si nasconda un processo psicologico tanto malato quanto oscuro.

Il documentario mostra la riabilitazione di criminali condannati per violenze sessuali all’interno del carcere di Bollate. Qui, attraverso sedute di gruppo, terapie singole e numerosi incontri con psicologi, si tenta di aiutare i colpevoli a riaffacciarsi al mondo e tornare a una vita normale attraverso la comprensione del loro reato.

Primo esperimento in Italia di questo tipo, il processo riabilitativo svolto nel carcere mira a capire come un simile reato possa essere causato da una mentalità riscontrabile nella vita di tutti i giorni e, quindi, a mostrare quanto sia molto più vicino a ognuno di noi di quanto crediamo. Con una regia caratterizzata da un uso accorto del fuori fuoco, Casazza indaga il processo psicologico e culturale che si cela dietro l’atto criminale, in un viaggio nella profondità della mente dei colpevoli: se da un lato l’out of focus mostra con trasparenza queste terribili realtà, dall’altro ne distacca il pubblico, permettendogli di affrontarlo in modo oggettivo.

Alessia Arcando e Giada Portincasa

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