L’anno scorso ha vinto l’Oscar al Miglior film straniero con Una donna fantastica e ora sta lavorando al remake del suo film del 2013, Gloria, con Julianne Moore come protagonista. Stiamo parlando di Sebastián Lelio, che torna oggi in sala con un nuovo lungometraggio: Disobedience, il suo primo film in lingua inglese.

Ma da dove arriva questa nuova gemma del cinema sudamericano? Prima di raggiungere la notorietà di cui gode oggi all’interno del cinema contemporaneo, Lelio ha frequentato la Escuela de Cine de Chile a Santiago; un ambiente giovane e animato dove ha preso vita quel gruppo di registi che oggi rappresenta la più importante corrente cilena post-Pinochet, usando il cinema come strumento di una liberazione ancora in corso: prima dal passato dittatoriale, adesso dal presente precario, dalle repressioni familiari e dall’oscurantismo sociale.

Basti pensare che Una donna fantastica ha talmente sconvolto il pubblico cileno da trasformare il film in un’operazione politica: Daniela Vega, la protagonista transgender diventata ormai un’eroina nazionale, si è fatta promotrice di una legge sull’identità di genere che permette alle persone transessuali di cambiare il loro nome e genere sui documenti ufficiali, rimasta bloccata al Congresso da cinque anni. Dopo la vittoria agli Oscar, il presidente uscente del Cile, Michelle Bachelet, ha aggiornato il disegno di legge sullo stato di “estrema urgenza” e finalmente sono passati a discuterne. Ecco il vero potere dell’arte: trasformare la società attraverso la cultura.

Ma facciamo un passo indietro: seppur ancora giovane, Lelio ha ottenuto fin da subito il sostegno della critica internazionale e vari riconoscimenti ai festival a cui ha partecipato. Tutto è iniziato nel 2006 con il lungometraggio La sagrada Familia, presentato al San Sebastián International Film Festival e candidato ai maggiori concorsi cinematografici dell’America Latina, vincendo numerosi premi come opera prima. Poi è arrivato Navidad nel 2009, selezionato a Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, e in seguito il terzo film, ElaAño del tigre (2011), sul tragico terremoto del 2010 in Cile, è stato proiettato in anteprima a Locarno. Ma è con Gloria che Lelio si è imposto all’attenzione internazionale, sbancando il concorso ufficiale della Berlinale, dove si è aggiudicato recensioni entusiaste e il premio alla Miglior attrice protagonista, interpretata da Paulina García.

Per la raffinatezza con cui affronta una necessaria indagine sul corpo, al di là delle costrizioni familiari e sociali, Una donna fantastica (2017) lo ha portato a conquistare lOrso d’Argento per la Migliore sceneggiatura e, come vi avevamo anticipato, l’Oscar al Miglior film straniero. A distanza di un solo anno arriva un altro lavoro, delicato sia nel cuore che nella forma: Disobedience, che sembra essere l’ultima parte di una “trilogia delle donne”, immergendosi nella comunità ebraica ortodossa di Londra, con tutte i suoi tabù e le sue restrizioni.

Così come non aveva alcuna conoscenza specifica della comunità LGBTQ prima di dirigere Una donna fantastica, altrettanto poco sapeva degli ebrei ortodossi prima di Disobedience e ha iniziato la sua ricerca direttamente sul campo, sondando le vite di circa una dozzina di persone facenti parte di quella comunità, partecipando alle cene dello Shabbat e visitando le loro scuole. Piano piano ha scoperto l’esistenza di una comunità molto più solidale e amorevole di quanto il loro aspetto esteriore possa suggerire, ed è stato questo ha indirizzarlo nella produzione del film. Affermatosi per la rilevanza culturale dei suoi film, Lelio ha sempre fatto dell’empatia e della sensibilità il centro nevralgico del proprio cinema, conquistando il pubblico con la sua malinconica delicatezza.

Anna Bertoli

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