Voto

8

La scelta di Richard Linklater di inquadrare Tutti vogliono qualcosa negli splendidi anni ‘80 può essere considerata sociologicamente consapevole, in quanto mette a confronto la spensieratezza di una generazione libera e in fermento con la nostra, più costretta e limitata. Tutti vogliono qualcosa è proprio un inno alla giovinezza e alla noncuranza che precede la maturità.

La vicenda si sviluppa nelle 72 ore che precedono l’inizio dei corsi universitari in un college in Texas: tra feste, marijuana, ragazze in shorts e birra, un gruppo di ragazzi della squadra di baseball si destreggia in questa foresta di goliardia.

La voluta leggerezza di battute e dialoghi permette a Linklater di non ricostruire né presentare la dimensione psicologica dei personaggi: di questi ragazzi universitari non si conosce il passato, non ne viene indagata la profondità emotiva e non ci si deve interessare alle loro vicissitudini precedenti; conta solo quello che sono al momento, hic et nunc. Tale approccio rende il film ancor più efficace, in quanto rispecchia l’atmosfera di quegli anni, tutta giocata sulla scia dell’edonismo “reaganiano” che si è iniziato a percepire proprio negli ‘80s.

Menzione d’onore alla colonna sonora, che tra Van Halen e Queen, Frank Zappa e Pink Floyd contribuisce alla costruzione di un’ottima pellicola.

Andrea Passoni