Voto

5

Tutti lo sanno, anche lo spettatore, e molto prima che sia il film a spiegarglielo. La forza dei film del regista iraniano Asghar Farhadi è sempre stata la sceneggiatura, ed è sorprendente – in negativo – che sia proprio la scrittura a non funzionare in questo suo ultimo film. Una debolezza imperdonabile nel caso di un thriller che, oltre a disseminare goffamente gli indizi, scivola nel melodramma urlato e irrazionale, scollando completamente certe scene dal flusso narrativo, già di per sé zoppicante.

Sarà il disorientamento dovuto al cambio di produzione e, di conseguenza, di ambientazione, di contesto sociale e di modalità lavorative. Sarà l’impatto di un Paese che non è il suo, la Spagna, di cui Farhadi subisce passivamente il fascino senza riuscire a controllarlo quando lo immortala, cedendo a una rappresentazione turistica, cartolinesca da un punto di vista sia estetico che sociale. La fotografia di José Luis Alcaine risulta plastificata, con i suoi eccessi di saturazione e di colori caldi per rappresentare, com’è ovvio che sia, le aride campagne spagnole e i continui tramonti da sogno. La comunità del paesino spagnolo è altrettanto stereotipata in ogni suo comportamento: si riunisce al bar della piazza, litiga, urla, serba rancori vecchi di decenni e ha tutti i personaggi macchiettistici del caso.

Laura (Penelope Cruz) e famiglia – ma senza marito – tornano dall’Argentina per qualche giorno in occasione del matrimonio della sorella, che si sposa nel loro paese natio. Un evento drammatico sconvolgerà la famiglia e le sue delicatissime dinamiche interne, incrinando equilibri già precari da anni e facendo emergere verità nascoste che, in realtà, già tutti sapevano e che Farhadi non mancherà di spiegare in modo didascalico. I temi cari al regista e che in passato ha indagato, rappresentato e sviscerato in modo brillante, tornano anche in questo film, ma si innestano in una messinscena troppo debole per riuscire a gestirli: il ritorno a casa, la ricerca delle proprie radici, le complessità dei legami famigliari, il rapporto con il passato, il ruolo del denaro, l’introspezione psicologica, il rancore, l’ombra del non detto, il conflitto tra essenza e apparenza.

Qualcosa del Farhadi che conoscevamo rimane, ed è ciò che rende efficace il senso di solidarietà femminile tanto rassicurante quanto soffocante della famiglia di Laura, o il ruolo finale giocato dalla madre, silente e tragicamente sommesso. Si regge in piedi, seppur traballante, anche il gioco perverso dei sospetti: il meccanismo paranoico che si innesca nel momento in cui la paura porta ognuno a giudicare il mondo e gli altri solo dal proprio punto di vista, necessariamente parziale e deformante, sballotta lo spettatore da un’ipotesi a un’altra. Peccato che questa sensazione duri pochissimo e, dopo un paio di ribaltamenti di prospettiva, sia chiaro dove Farhadi andrà a parare.

Benedetta Pini

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