Situata nel cuore del quartiere San Lorenzo di Roma, la White Noise Gallery esula da correnti, approcci o caratterizzazioni e si propone agli artisti come una tela bianca, mai uguale a se stessa, da cui partire per interpretare gli stimoli contemporanei ed elaborare il pensiero artistico del domani. Lo scorso 28 gennaio è stata inaugurata la Trilogia del Silenzio, un progetto curato da Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti, che vedrà susseguirsi tre mostre personali di altrettanti artisti eterogenei per pensiero, linguaggio e creatività, uniti dal comune obiettivo di creare il silenzio a partire dal racconto dell’umanità attraverso la sua assenza.

Si è concluso da pochi giorni il Capitolo 1: Fast Forward, mostra fotografica dell’artista Jason Shulman, per la prima volta in Italia. Il metodo dell’artista inglese è geniale nella sua semplicità: posizionare una macchina fotografica di fronte a un film, allungare al massimo il tempo d’esposizione dell’obiettivo, far partire la proiezione e vedere che cosa succede. Le tredici opere esposte hanno condensato in una sola fotografia i migliaia di frame di alcune delle più famose pellicole di Sergio Leone (Un pugno di dollari), Dario Argento (SuspiriaInfernoI 3 volti della paura Diabolik), Luchino Visconti (Il Gattopardo), Paolo Sorrentino (La grande bellezza), Tinto Brass (Caligola) e Pier Paolo Pasolini (Salò o le 120 giornate di Sodoma e Il Vangelo secondo Matteo). Un viaggio nel cinema italiano attraverso i campi lunghissimi sul far west, le paure recondite, l’annichilimento otto-novecentesco, l’estetismo contemporaneo, l’erotismo raffinato e la violenta critica sociale.

Privando il film del suono e privilegiandone la resa estetica, Shulman ha creato così il suo personale silenzio a partire da opere che l’artista continua a far parlare ma in forma diversa, attraverso la loro dominante cromatica e la rinuncia al dettaglio. Non si tratta, infatti, di una mostra sul cinema, ma sul movimento e sulla percezione, singolarmente caratterizzata. Con la svolta del pensiero filosofico di fine Ottocento e in particolare con gli studi di John Dewey, si approda a una teoria estetica che pone l’inizio dell’esperienza in un tutto, in un impatto emotivo complessivo, qualitativamente globale, vago, generico, approssimativo e sentimentale; non ancora intellettualmente elaborato. È questa esperienza ad assegnare il senso primo, la ragion d’essere alle cose. Solo in un secondo momento si può passare alla scomposizione di quella sensazione globale per ananalizzarne ogni singolo dettaglio e approdare alla conoscenza intellettuale. Dense, caotiche e paradossalmente silenziose, le immagini di Shulman restituiscono proprio questa concezione, volta a privilegiare l’impressione emotiva rispetto alla logica del racconto, che si trova ora svuotata di significato.

Il progetto della Trilogia del Silenzio proseguirà l’8 aprile con Stand-by, la serie di dipinti del britannico Lee Madgwickin che congelano il mondo in un’eterna istantanea, e si chiuderà il 14 giugno con Rewind dell’artista spagnola Mar Hernàndez che, con le sue opere tra disegno, incisione e fotografia, rappresenta la realtà attraverso le tracce fantasmatiche di un passato che non esiste più.

Benedetta Pini