Il primo giugno 2016 è stata inaugurata la galleria del San Gottardo, il tunnel ferroviario più lungo al mondo che unirà Genova con Rotterdam. Per l’occasione la Fondazione Cineteca Italiana ha deciso di realizzare una rassegna dedicata al tema del treno nel mondo cinema: due invenzioni vecchie più di cento anni, entrambe affascinanti, spaventose e rivoluzionarie, simbolo dell’inizio dell’epoca moderna. 

Era il 6 gennaio del 1896 quando, durante la proiezione de L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat dei fratelli Lumière, un gruppo di spettatori fuggì spaventato dalla sala. Ancora oggi non è certo si tratti di un episodio vero o inventato, ma poco importa: come diceva il grande John Ford, “quando la  leggenda incontra la realtà, vince sempre la leggenda”.

Quanta strada hanno percorso queste due invenzioni da quella famosa sera a Parigi? Dalla macchina a vapore al treno ad alta velocità, dal cinema in pellicola ai film in 3d, senza mai fermarsi queste due tecnologie sono riuscite a unire culture, nazioni, oceani e a guidare lo spettatore (o il passeggero) attraverso viaggi e storie che hanno segnato le epoche.

Il treno nel cinema ha di volta in volta assunto diversi significati: per Hitchcok era il luogo perfetto per un complotto o una congiura e nei film tratti dai romanzi di Agatha Christie era l’ambiente ideale per commettere un delitto. Se nel cinema americano era lo scenario tipico dell’ultimo saluto, per Mel Brooks è invece il posto dove due innamorati non riescono nemmeno a scambiarsi l’ultimo bacio, immancabilmente interrotti dal grido del capo stazione “In carrozza!”.

Per Nanni Loy il treno era l’unica fonte di sostentamento per un povero meridionale con la mano paralizzata, che si arrangiava vendendo caffè fatto in casa ai passeggeri (Café Express, 1980); per Ricky Tognazzi i vagoni sono pieni dell’odio e della rabbia di un gruppo di ultrà in viaggio da Roma a Torino (Ultrà, 1991), mentre per Ken Loach è un lungo viaggio durante il quale tre tifosi del Celtic imparano che cosa siano la discriminazione e il pregiudizio razziale (Tickets, 2005). Radu Mihăileanu individua il treno come unico mezzo di salvezza per un gruppo di ebrei che vogliono arrivare in Palestina (Train de vie – Un treno per vivere, 1998); non altrettanto ottimista invece è la rappresentazione del regista coreano Bong Joon-ho, che con il film Snowpiercer (2013) trasforma il treno in una metafora della divisione sociale in classi: la prima è il regno di ricchezza e comodità delle classi più abbienti, mentre la terza e ultima è un carro bestiame destinato alla popolazione meno abbiente.

In C’era una volta il West (Sergio Leone, 1968) la ferrovia diventa veicolo di progresso, che senza scrupoli lascia morti alle proprie spalle o elimina gli ostacoli che trova sulla strada; in Novecento di Bernardo Bertolucci (1976) il treno trasforma il protagonista da bambino in soldato; mentre per Wes Anderson è un viaggio in India di tre fratelli alla ricerca di un legame ormai andato perso (Il treno per Darjeeling, 2007).

Pietro Germi con Il ferroviere (1956) porta in un melodramma neoralista uno spaccato di vita degli anni del dopoguerra. Tra miseria, lacrime e problemi sociali, per Renato Pozzetto e i suoi amici di campagna (Il ragazzo di campagna, 1984) il treno è uno spettacolo da vedere una volta a settimana (altrimenti ci si abitua e non ci si diverte più); al contrario, per gli Amici miei di Mario Monicelli (1975) è sempre bello andare in stazione a vedere i treni partire per schiaffeggiare i passeggeri affacciati al finestrino mentre salutano amici e parenti.

Ora, se si torna indietro con la memoria, ci si rende conto che proprio nell’istante in cui il famoso treno dei fratelli Lumière arrivava in quella piccola stazione, il lungo viaggio della storia del cinema aveva invece inizio.

Daniele Dal Viva

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