Melodie rilassanti, beat oscillanti e mixati su note jazz/hip-hop, il tutto avvolto da un’immacolata semplicità: ecco l’universo chill di Francesco Lo Giudice, noto in arte come Alsogood, un giovanissimo produttore insediato a Milano da diversi anni. Venerdì 7 maggio è uscito il suo ultimo album dal titolo Life’s Beautiful, composto da nove tracce che fondono perfettamente sonorità distensive e armoniosità. Per capire meglio la realtà dei suoi progetti lo abbiamo chiamato per scambiare due chiacchiere e farci spiegare come il suo percorso ha avuto inizio e si è evoluto nel tempo.

Da cosa deriva la scelta del tuo nome d’arte Alsogood?
Più precisamente deriva da una serie di ascolti personali, quindi dal background hip-hop che mi contraddistingue e si rifà ad un pezzo dei De La Soul con Chaka Khan che si intitola All Good; l’ho scelto in un momento in cui non era tutto “good”, ma “also good” nel senso che non andava tutto alla grande, tuttavia c’era qualcosa di buono da cogliere ed è stata al contempo una scelta ispirata da questo pezzo e dettata dal fatto che prima lavoravo esclusivamente con i rapper, poi ho deciso di concentrarmi unicamente sulla musica strumentale. Così è nata anche la necessità di cambiare nome d’arte.

Come nasce e si sviluppa, in seguito, il tuo approccio alla sfera musicale dell’hip-hop/jazz?
Ho iniziato ad avvicinarmi alla cultura hip-hop perché, quando ero ragazzino, ho ballato la breakdance per circa sette anni e da lì è stato un po’ spontaneo. Oltretutto, ascoltando tanti dischi è inevitabile anche un po’ finire alla produzione perché le fondamenta dell’hip-hop vogliono che si campioni da dischi funk e soul a qualcosa su cui si possa ballare come la breakdance, quindi è stato anche un po’ facile per me avvicinarmici e virare totalmente alla produzione. Successivamente ho abbandonato la danza e mi sono concentrato esclusivamente sulla musica, ma diciamo che il mio primo approccio è stato fatto attraverso il ballo facendo dei contest in giro per l’Italia e ascoltando tanti dischi: da lì la necessità di comprarli diventando un vero e proprio collezionista e, di conseguenza, approcciarmi alla produzione effettiva.

Il titolo del tuo ultimo singolo, Don’t Waste Your Time, risulta emblematico se si pensa al periodo storico che stiamo affrontando in cui può sembrare semplicissimo sprecare il nostro tempo; tuttavia, ci sono un’infinità di cose che possiamo fare per ottimizzarlo. A cosa devi la scelta di questa frase?
Lo devo sicuramente a questo periodo un po’ particolare, ma si rifà soprattutto al mio modo di approcciarmi alle cose. Mi sono reso conto che evitando di perdere tempo con distrazioni esterne quali i social piuttosto che la televisione sono molto più produttivo e avendo un confronto con altri colleghi noto che spesso è così anche per loro. Solitamente tento di rimanere focalizzato sui miei progetti nuovi e ammetto che sia difficile che passi un giorno senza pensare a come trovare nuove idee per il futuro. Ci sono momenti in cui investo la maggior parte del mio tempo a cercare nuove ispirazioni che possono provenire da qualsiasi fonte magari facendo una passeggiata, una chiacchierata o un viaggio e per questo è difficile che io perda il focus su quello che faccio, perché cerco sempre di restare concentrato. La coerenza è l’attitudine che negli ultimi anni ha sempre premiato il mio percorso.

Fabio Ficara

Nel tuo nuovo album, Life’s Beautiful, la track-list si caratterizza da titoli particolari facenti riferimento al mondo esterno, a scorci di vita, ma anche alle emozioni più positive. Qual è di preciso il messaggio che vuoi far passare a chi ascolta la tua musica?
Chi ascolta la mia musica penso sia una persona di per sé abbastanza emotiva, perché quello che provo a suonare è semplicemente quello che non riesco ad esternare di persona e penso che per un artista sia molto più facile trovare rifugio nella propria arte piuttosto che esternare a parole ciò che sente. Infatti, il mio esternare consiste nel mettere in musica le emozioni che provo. Riascoltare il mio album, a cui non avevo dato un concept fin dall’inizio, mi ha ispirato una sorta di viaggio che si rifà ai titoli della track-list che descrivono la vita in tutta la sua semplicità. Ho sempre provato a comporre la musica con genuinità, anziché arrangiare tracce troppo complesse e costruite perché penso che poco sia meglio e forse a volte sia più bello, quindi il fatto che abbia un’attitudine che sia minimale e, al contempo, autorevole dal punto di vista musicale e armonico per me è fondamentale. È un po’ un elogio alla semplicità e alla purezza, perché viviamo in un mondo molto artefatto in cui queste sono le cose che mancano. Detto ciò non volevo filosofare sulla questione, perché quando si parla di musica non amo tantissimo la parte concettuale che sta dietro ad essa.

Nell’ultimo progetto ci sono anche dei lavori creati con altri produttori come Saiko o Alessandro Pollio. Come sono nate queste collaborazioni?
Partendo da Saiko, si tratta di un produttore autorevole e leggendario in Austria e tanti anni fa ha prodotto diverse tracce per artisti italiani di un certo rilievo dedicandosi poi totalmente alla musica strumentale. Da ragazzino ero un suo grande fan anche perché lui è più grande di me, in seguito ci siamo incrociati casualmente mentre presidiavo una trasmissione radio e suonavo dei suoi brani. Abbiamo avuto modo di scambiare musica e abbiamo fatto questa traccia. Mentre Alessandro è un mio collaboratore strettissimo ed è una persona con cui mi confronto spesso, con cui ho avuto anche il piacere di fare dei dischi importanti. È un mio caro amico, un pianista eccezionale ed un producer altrettanto degno di nota. Siamo in simbiosi e camminiamo in parallelo. Infine vorrei anche menzionare J. Raise Jr, presente nel disco, che è un produttore pugliese molto bravo; siamo molto amici e ci siamo conosciuti in Puglia, mi ricordo che mi invitò a suonare e da lì è nato tutto, per questo ci tenevo ad averlo nel mio disco.

Come nasce un tuo brano? Ci sono momenti specifici in cui hai maggiore ispirazione rispetto ad altri?
Parto dal presupposto che faccio musica tutti i giorni oppure suono, studio e prendo ispirazione. Fortunatamente sono sempre a contatto con musicisti di alto livello che fanno parte della mia cerchia più stretta di amici e collaboratori: questo mi permette di avere degli scambi. Inoltre, solitamente quando mi metto su una traccia essa si modula un po’ anche in base allo stato mentale in cui mi ritrovo. Ammetto di essere molto meteoropatico, quindi mi faccio influenzare parecchio dalle giornate e arrivando dal sud non sono abituato al clima milanese, perciò una delle fonti di ispirazione principali è sicuramente il meteo. Solitamente lavoro la mattina e preferisco svegliarmi presto perché è la parte della giornata che prediligo. Talvolta, mi capita di cercare una melodia o una progressione di accordi che funzioni piuttosto che ascoltare qualche disco e trovare qualche campione per provare a fare un’altra traccia; ad ogni modo nessuno inventa nulla e l’ascolto di altra musica è una componente fondamentale di quello che si fa in generale come musicisti.

Ci sono degli artisti o dei brani che hanno avuto una particolare influenza sulla produzione di questo tuo album? Se sì, quali?
In particolare per questo disco no. Sicuramente ascolto moltissima musica e sono ispirato da quello che proviene in particolar modo dagli Stati Uniti come Dj Harrison o Robert Glasper, anche se sto ascoltando tracce nuove e più fresche dal punto di vista ritmico, ad esempio tutto ciò che si rifà alla drill pur mantenendo quel retrogusto jazz o soul con progressioni rilassate. C’è una cosa, però, che mi contraddistingue molto e che mi diverte ed è il fatto che io sono un grande fan della musica dei miei amici nel senso che loro sono la mia prima fonte di ispirazione. Mi ispira molto perché conoscendoli personalmente provo anche ad immedesimarmi in quello che possono provare e poi abbiamo anche sempre uno scambio diretto su questo, però ovviamente poi quello che provo a fare io con la mia musica spesso si rifà alle mie emozioni piuttosto che all’ispirazione che prendo dagli artisti sopracitati.

Giulia Di Martino