Voto

6

Touch me not, vincitore dell’Orso d’oro alla Berlinale 2018, sta da qualche parte tra il documentario, l’installazione d’arte e il porno d’autore. Le pareti bianche di una clinica fanno da sfondo asettico ai movimenti di personaggi sofferenti, segnati dalla vita e guidati da un inarrestabile desiderio di contatto fisico, che diviene la spinta propulsiva di ogni inquadratura. L’obiettivo della regista, Adina Pintilie, sembra essere quello di mostrare la strettissima relazione fra mente e corpo nell’abbandonarsi all’intimità, esplorando senza giudizio ogni forma di espressività sessuale che incontra. E lo fa attraverso tre personaggi principali, le cui storie si intrecciano sconnessamente, senza troppe spiegazioni, eppure permettono allo spettatore di entrare in confidenza con la loro intimità.

Laura (Laura Benson) è una donna sulla cinquantina, fortemente impaurita (al punto da arrivare alla nausea) dal contatto fisico. La regista, nei panni di se stessa, riprende gli incontri di Laura con diversi personaggi che tentano di farle superare i suoi timori attraverso approcci terapeutici, che vanno dall’esplorazione del corpo ascoltando Brahms a stimoli tattili più diretti. Questi incontri sono i momenti più emozionanti del film, che mostrano senza censure l’estrema delicatezza di Laura e creano momenti di vero contatto umano, dall’impatto emotivo sconvolgente.

Gli altri due protagonisti, Tudor (Tόmas Lemarquis) e Christian (Christian Bayerlein), lavorano in coppia durante un workshop sulla consapevolezza del corpo. Christian non ha quasi alcun controllo sul proprio a causa di una grave disabilità, ma è molto sicuro di sé e della propria sessualità e può aiutare Tudor a superare l’imbarazzo che prova per la propria fisicità, dovuto anche alla calvizie causata dall’alopecia. Ecco allora che quella di Pintilie si rivela essere una sfida ai limiti della nozione comune di “attraente”.

L’intento poetico si perde però nelle confuse riprese di Tudor e Christian all’interno di un locale notturno; banali rappresentazioni di pratiche sessuali convenzionalmente ritenute “estreme” che risultano decisamente fini a se stesse. L’assegnazione dell’Orso d’oro alla pellicola ha suscitato non poca indignazione da parte della critica, ed effettivamente la sovrabbondanza di immagini che bombarda lo spettatore disperde l’intensità dell’intento principale, finendo per lasciare non pochi dubbi sulla riuscita dell’opera. È però assolutamente fuorviate dare adito alle insinuazioni che si sia trattato di una premiazione politically correct legata al movimento #MeToo. Se la qualità del lavoro potrebbe non essere considerata tale da giustificare un riconoscimento di questo calibro, l’esplorazione del corpo è una tematica incredibilmente vasta che merita di essere indagata con sempre meno pregiudizi. Ed è questa apertura ciò che la giuria sembra aver voluto premiare.

Clara Sutton