Giunto alla sua sesta edizione, il Torino Underground Festival riconferma la sua originalità e il suo appeal, proponendo dal 24 al 28 marzo una panoramica della produzione indie europea e non solo. I cinquantadue film, tra corti e lungometraggi spesso realizzati con budget risicati, e gli incontri con gli autori e i registi, spesso nuovi talenti, hanno innescato riflessione sul mondo presente e passato. Siamo andati a farci un giro, ed eccovi qualche spunto.

Bêtes Blondes(Blonde Animals), Alexia Walther e Maxime Matray, Francia

Brillante e grottesco, maniacale e recrudescente, minerale e gommoso, atonale e rimbombante: Bêtes Blondes è una commedia noir che mette di buon umore. Gli ingredienti del misfatto attorno cui ruota la trama sono soltanto tre: un alcolista letteralmente rimasto alle sit-com degli anni ’90, un giovane militare dal coraggio discutibile e una testa mozzata in un sacco verde. Fabien (Thomas Scimeca) interpreta i panni di un burattinaio ubriaco inconsciamente deus ex machina di una storia che altrimenti andrebbe male, in tutt’altro verso. E senza rendersene conto davvero, salva il futuro a se stesso e agli altri, in nome del buon ragazzo post-moderno. Quanto alle sciccherie tecniche – la colonna sonora e gli zoom anni ’70, che vestirebbero bene anche sui gialli di Ferdinando Di Leo, i registi francesi si divertono ad utilizzare strumenti vintage, funzionali a rendere d’avanguardia un prodotto cinematografico intelligente e sagace. 

Come la prima volta, Emanuela Mascherini, Italia

Tra i finalisti del Gai al Festival del Cinema di Venezia del 2018, Come la prima volta è la testimonianza di un tenero ricordo: Oscar continua ad alimentare giorno per giorno la fiammella di un amore destinata a spegnersi, battuta dai venti della vecchia e della malattia. Eppure il sentimento è più forte della ragione e, in un mondo avaro di memorie a lungo termine, l’unica certezza rimane quella della cura e degli affetti. Seppur con un’ammirazione citazionistica fin troppo evidente per Amour e The Youth, Emanuela Mascherini ritaglia il suo angolo di autorità, restituendo allo spettatore la certezza di un rapporto dal sapore antico e autentico, in grado di ottemperare all’erosione del tempo e dello spazio. 

Letters to Paul Morrissey, Armand Rovira, Mintxo Diaz, Jorge Vidal d Yayo Herrero, Spagna

Cinque personaggi e cinque storie apparentemente estranee l’una all’altra fanno da cornice all’omaggio dei due spagnoli a Paul Morrissey, noto per il suo sodalizio cinematografico con Andy Warhol. Meticolosamente ordinate come in un archivio storico, una serie di personaggi condividono i loro pensieri come fossero lettere indirizzate a Morrissey, evidentemente mai arrivate a destinazione: brevi divertissement carichi di fumo di sigarette e vodka che diventano un’interpretazione personale dei celebri film Trash (1970) e Chelsea Girl (1966), stimolanti ancora oggi per le giovani produzioni. Il vero gioiello della pellicola è la cura originale e sperimentale per la documentazione d’archivio che, in un bianco e nero filmato in 16 mm solletica lo spettatore con reminiscenze bergmaniane.

Zauberer (Mago/Stregone), Sebastian Brauneis, Austria

In una grande città austriaca vivono alcuni personaggi inspiegabilmente legati l’uno all’altra: un intreccio macchinoso che prevede l’incontro-scontro tra adolescenti ingenui e adulti psicologicamente instabili. Il regista Sebastian Brauneis sembra non riuscire a governare la sceneggiatura, cadendo ripetutamente in esercizi di stile fine a se stessi: interminabili attese su salotti ben arredati e primissimi piani su due occhi ciechi sono soltanto alcuni dei tempi forzatamente dilatati, volutamente ridondanti. Se, come suggerisce il titolo, ci si aspetta una svolta soprannaturale nella vita, drammi personali e deficienze fisiche si spengono nell’affetto e nella cura di vecchi e nuovi amici.

Agnese Lovecchio