Voto

7.5

Se i dischi precedenti dei TOPS proponevano un pop ritmato e ballabile debitore della prima Madonna e degli Nu Shooz, Sugar at the Gate slitta invece verso un pop sempre tipicamente anni ‘80 ma meno trascinante: il sound della band canadese si fa rilassato, modulare e minimale, e si presta a un ascolto più meditativo che frenetico. I brani dell’album si avvicinano allora all’atmosfera sognante di Style Council, Prefab Sprout e Spandau Ballet. Inoltre l’uso dei synth pad, da sempre marca stilistica dei TOPS, trova una nuova forma: non più sottofondo che conferisce alla canzone l’impronta della band, bensì vero e proprio scheletro sonoro.

Ma è Dayglow Bimbo che annuncia la svolta stilistica della band. Il suo tipico dream pop si arricchisce di riverberi e di sonorità affini allo showgaze, ponendo le basi di un’evoluzione rispetto agli album precedenti ma anche alle altre canzoni del disco. Sugar at the Gate avvicina così i TOPS a un sound finora molto distante da loro, virando verso i DIIV.

Nonostante non eguagli il piccolo capolavoro Tender Opposites (2012), l’album si fa emblema della ricerca di una nuova forma sonora e di una nuova maturità da parte della band, pur sempre imperniata sulla propria identità fortemente riconoscibile. Disco di passaggio e assestamento, Sugar at the Gate smentisce uno dei tanti luoghi comuni del panorama indie: il terzo album non segna necessariamente una caduta di qualità.

Niccolò Pagni e Benedetta Pini