Voto

8

Finalmente, nel senso più letterale, è uscita l’ultima fatica dei leggendari Tool, dopo aver lasciato i fan a digiuno per ben tredici anni. La sensazione, dopo tutto questo tempo, è simile a quella di un risveglio in seguito a un lungo periodo di ibernazione: tu sei rimasto lo stesso, con le tue memorie, le tue esperienze e le tue aspettative, mentre il resto del mondo è andato avanti alla velocità della luce.

Sui ripiani dei negozi di dischi virtuali c’è ancora posto per quel progressive metal che ha fatto la storia della musica alternativa fin dai primi anni ’90? Si può dire che i Tool non si sono fatti cogliere impreparati: lo stesso titolo consiste in un affascinante anacronismo che, se una decina di anni fa sarebbe parso come altisonante e vagamente pretenzioso, nell’era della tecnologia più spietata diviene criptico e denso di significati nascosti. Ed è esattamente così.

Fear Inoculum, con la sua struttura imponente e i suoi fitti tecnicismi, è uno schiaffo in faccia, a mano bene aperta, alla leggerezza e alla fugacità che caratterizzano il mercato musicale più recente. Ottantaquattro minuti che vanno ascoltati, non sentiti, munendosi possibilmente di un orecchio ben allenato e discretamente abituato al genere. Dalla loro camera di ibernazione i Tool hanno ancora molto da insegnare. Buon ritorno al futuro a tutti.

Giulia Tagliabue