Voto

5.5

Un pittore, un musicista, un poeta e uno scrittore fondano a Birmingham nel 1913 il Tea Club, Barrovian Society, dove si riuniscono regolarmente dopo la scuola per confrontarsi sui propri progressi artistici davanti a una tazza di tè. Sono quattro ragazzi speranzosi, che credono fermamente di poter vivere grazie all’arte nonostante tutto, nonostante il mondo degli adulti non faccia altro che scoraggiarli. Tra di loro c’è il futuro filologo John Ronald Reuel Tolkien (Nicholas Hoult), destinato a far sognare le generazioni successive con l’arte della sua letteratura fantasy. Il film parla proprio di lui, raccontando i suoi anni di formazione , la perdita del padre e successivamente della madre, che lo costringono a spostarsi spesso sin da giovanissimo, gli studi da adolescente alla King Edward’s School e poi da universitario a Oxford. Ma anche la sua complicata relazione con Edith (Lily Collins), interrotta per volere del suo tutore ecclesiastico ma poi ripresa perché era impossibile fare altrimenti: lei era e sarà sempre il suo unico e grande amore. E poi la guerra, la Grande Guerra, e la battaglia di Somme, alla quale lo scrittore partecipa in trincea, che è spaventosa anche se edulcorata dalla presentazione in piccoli inserti sfilacciati che inframmezzano l’intero biopic.

Con questo film annunciato già dal 2013, il regista finlandese Dome Karukoski, più che una ricostruzione fedele della vita di Tolkien, cerca di riordinarla, restituendo agli spettatori gli eventi e gli incontri che hanno maggiormente ispirato la scrittura delle sue opere. Le antiche leggende e le fiabe che la madre gli raccontava da bambino, la passione di Edith per Wagner e l’esperienza al fronte sono tutti frammenti che Tolkien farà propri, amalgamandoli magicamente per farli rinascere in un fantastico universo immaginario. La sua passione per le lingue e la ricerca della parola dal suono giusto, capace di schiudere una piccola porta su un immenso mondo onirico, sono il filo conduttore dell’intero operato dello scrittore, e permettono al film di concedersi qualche ben riuscito tocco di lirismo.

Con Tolkien ci si allontana dai biopic musicali rock e un po’ fracassoni come Bohemian Rhapsody e Rocketman, due film che nell’ultimo anno hanno contribuito all’affermazione del genere biografico. Questa volta ci si immerge in una vita certamente diversa lontana dagli eccessi delle rockstar degli anni ‘70-’80, ma comunque ricca di storie avvincenti che tuttavia non sono state rese in modo efficace. Il risultato è un racconto che non delude ma che non lascia neanche soddisfatti, in cui ogni aspetto rimane nel discreto e senza riuscire ad attirare l’attenzione del pubblico, né in positivo né in negativo. Ciò che manca a Tolkien è il suo personale stratagemma necessario per riuscire a rapire il pubblico.

Francesca Riccio