Vincitore al Sundance Film Festival nel 2020, candidato agli Oscar 2021 come Migliore Documentario e ora disponibile in streaming su Amazon Prime Video, Time è l’ultimo lungometraggio di Garrett Bradley, regista da sempre impegnata in tematiche quali l’identità e la blackness negli Stati Uniti. Inizialmente, il progetto prevedeva di porsi in continuità con il cortometraggio del 2017 di Bradley, Alone, che faceva luce sulle problematiche interne alle carceri americane attraverso la voce di Sibil “Fox Rich”, giovane donna moglie di un detenuto. Ma quando la regista ha ricevuto dalla ragazza, poi protagonista del documentario, un’immensa quantità di VHS registrate per il marito nel corso dei 21 anni di detenzione, Time ha sviluppato la tematica attraverso una forma diversa da quella prevista. Da queste registrazioni è emerso che Sibil e il marito Robert erano stati condannati insieme per via di quello che Sibil ricorda come “un errore obbligato”, perché “le persone disperate fanno cose disperate”. Non riuscendo ad arrivare a fine mese con la loro nuova attività di vendita di abbigliamento, infatti, nel 1997 Sibil e Robert Richardson rapinarono una banca, reato che costò al marito una pena di 60 anni senza condizionale né libertà vigilata, mentre Sibil accettò il patteggiamento ottenendo 12 anni, dei quali scontò solo pochi mesi. I filmati erano dunque un modo per rendere il marito partecipe della vita della famiglia e della crescita dei loro sei figli, e sono diventati questi il fulcro del documentario, dettando una cronologia narrativa oscillante avanti e indietro nel tempo, tra le vecchie riprese “casalinghe” e le nuove immagini della donna che lotta per ottenere giustizia, fino al ritorno a casa di Robert.

L’intervento della regista sul materiale preesistente implementa l’organicità di una storia già scritta, fatta di immagini sgranate di vita quotidiana, attraversata da sconforto, solitudine, attesa e segnata dalla consapevolezza dello scorrere di un tempo perso per sempre. L’attivismo di Sibil e l’istruzione dei figli segnano la rivincita per la donna, determinata a ottenere giustizia per la propria famiglia e vederla finalmente riunita. Time è un lavoro che rispetta profondamente il messaggio che la protagonista vuole diffondere, guidato da una poetica mai intenzionata a idealizzare il dolore e da una forza espressiva che non punta alla sensazionalità né all’estrema drammatizzazione. Attraverso la quotidianità più diretta e mai edulcorata, Time ci fa capire profondamente il valore di ciò che viene strappato via a milioni di persone ogni giorno da ingiustizie e abusi di potere: la vita. La collaborazione tra regista e protagonista si rivela così estremamente efficace: le immagini in bianco e nero di Bradley si accordano con le riprese che Fox Rich, inconsapevolmente, aveva realizzato per quello che ha preso la forma di un ritratto di una famiglia in lotta, facendosi veicolo di un messaggio di speranza per tutte le donne e le famiglie nella sua stessa condizione, ma anche di una denuncia contro il malfunzionamento e la corruzione del sistema giudiziario statunitense. 

Se consideriamo che il 5% della popolazione mondiale è statunitense, così come lo è il 25% della popolazione carceraria mondiale, ciò significa che “1 carcerato su 4 è tenuto qui, nella terra della libertà”. Così recita l’incipit di XIII Emendamento di Ava DuVernay, documentario fondamentale per capire le problematiche legate al sistema carcerario degli Stati Uniti. La regista sottolinea prima di tutto una falla nel XIII emendamento, che vieta la schiavitù e garantisce la libertà a ogni cittadino ma “ad eccezione dei criminali”, e procede ripercorrendo la sistematica demolizione dell’identità Black, avviata dall’abolizione della schiavitù (che ha dato forma al “mito dello stupratore nero“, che legittimava la pratica del linciaggio) e ancora oggi perpetrata dall’immaginario del “nero criminale”, e arriva a riflettere su come, di fatto, la segregazione razziale non sia mai finita. Dagli anni ’70, infatti, con le politiche di “guerra alle droghe”, di Nixon prima e di Reagan e Clinton poi, cominciarono le cosiddette incarcerazioni di massa: le nuove politiche carcerarie rendevano molto più facile essere condannati a pene lunghissime anche per poco (Legge dei 3 colpi), e in breve tempo la popolazione carceraria passò dai 360.000 negli anni ’70 ai 2.015.000 nel 2000. Inoltre, come ampiamente dimostrato dal documentario di DuVernay, le attività all’interno dei penitenziari, finanziati in America da enti privati, obbligano i detenuti a lavorare per pochi centesimi l’ora (pena l’isolamento), e sono pratiche che hanno di fatto sostituito alla schiavitù. Per questo Sibil Fox Richardson si definisce un’abolizionista.

La storia di Robert Richardson si fa così testimonianza di un trattamento a cui moltissime persone negli Stati Uniti sono sottoposte, finendo in carcere con pene eccessivamente lunghe, ingiuste e incontestabili. Privare un uomo del tempo è privarlo della vita, ed è questo il messaggio che Time porta efficacemente sullo schermo: un appello a una radicale riforma per l’umanizzazione delle carceri, all’interno di un sistema che professa a gran voce la libertà dell’individuo ma di fatto non ne garantisce i diritti civiili basilari.

Carola Visca